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L'EVENTO DI GUADALUPE
Le fonti ci parlano della situazione
drammatica al principio della storia dell'evangelizzazione in America:
frustrazione degli indios, che si sentono abbandonati dai loro dèi, da una
parte, e, dall'altra, una certa incapacità di trasmettere una vera esperienza
cristiana da parte dei missionari provenienti dal vecchio mondo. La maggior
parte della popolazione nutre diffidenza nei confronti della nuova religione:
il numero dei battezzati è inferiore alle aspettative. Tuttavia proprio in tale
contesto accade qualcosa d'imprevisto: uno di quegli « interventi della grazia
divina nel tempo », di cui parla la teologia, che cambiano il corso della
storia. Un affresco nell'antico convento di Ozumba (Estado de México)
rappresenta l'inizio della storia cristiana in Messico: l'arrivo dei primi
dodici missionari francescani nel 1524, i tre indios adolescenti che diedero la
vita per testimoniare la loro fede, e le apparizioni di santa Maria di
Guadalupe, ai piedi della quale sta Juan Diego con l'aureola della santità. Maria
sarà precisamente l'anello che unirà i due mondi lì rappresentati. Prima di
ripercorrere il racconto dell'evento guadalupano è però necessario soffermarsi
ad analizzare la tradizione guadalupana dal punto di vista critico.
1. Il problema critico
La prima difficoltà che incontriamo
esaminando l'evento guadalupano è la mancanza di dichiarazioni ufficiali - sia
da parte del veggente sia da parte del vescovo di México, Juan de Zumarraga -
in cui si parli espressamente dell'apparizione della Vergine e di un messaggio
ricevuto da lei. Esistono tuttavia alcuni codici che attestano una tradizione
scritta e orale. Le fonti storiche comprovanti l'apparizione della Vergine
Maria nel secolo XVI sono numerose (circa una ventina) e d'indubbio valore.
Alcuni originali sono andati irrimediabilmente perduti o, quanto meno, se ne
sono perse le tracce. Lodevole il lavoro del Centro di Studi Guadalupani
(C.E.G.) di Città di Messico, con la pubblicazione dei Monumenta Historica
Guadalupanensia, I, Il, III, la promozione degli Incontri Nazionali
Guadalupani, a partire dal 1976, e della rivista Historica, organo ufficiale
del Centro, fondata nel 1977. Esistono ormai edizioni critiche delle opere
guadalupane fondamentali ed è riconosciuta l'esistenza di documenti provenienti
sia dall'ambiente indigeno sia da quello spagnolo in cui si fa riferimento
all'apparizione mariana come a un fatto avvenuto in un tempo determinato.
Occorre comunque distinguere tra culto e apparizione. Riguardo al culto, esiste
una fondata tradizione. Gli scrittori « apparizionisti » - quelli cioè che
ritengono l'apparizione un evento storicamente fondato, diversamente da altri
di parere contrario e perciò detti « antiapparizionisti » - hanno provato in
modo soddisfacente l'esistenza storica del culto già molto diffuso nel secolo
XVI. Possiamo rifarci a ricevute di pagamento, testamenti, cantares, ex voto a
testimonianza dei pellegrinaggi, documenti dell'autorità ecclesiastica oltre
alla controversia Montufar-Bustamante, il documento più ampio e importante circa
il culto mariano del Tepeyac nel secolo XVI, in quanto ci permette di notare
che la cappella sul luogo dell'apparizione era ormai un vero e proprio
santuario mariano. Per quanto riguarda l'apparizione, il documento piu
importante, dopo l'immagine stessa, è senz'altro il Nican Mopohua (dalle prime
due parole: Aqui se narra, « Qui si racconta »), codice originale su amate,
scritto in nahuatl da un nobile e colto indio allievo del Collegio di Santa
Cruz di Tlatelolco, probabilmente Antonio Valeriano, uno degli informatori di
fra Bernardino de Sahagun, persona stimata non solo da quelli della sua razza,
ma anche dalle più alte autorità spagnole civili e religiose, e quindi uomo di
un'autorità morale al di sopra di ogni sospetto. Il documento originale è andato
perso. Tuttavia la mancanza dell'originale non toglie autenticità al contenuto,
che dagli studiosi più eminenti è ritenuto degno di fede. Il racconto delle
apparizioni deve essere stato scritto verso la metà del secolo XVI, a giudicare
da una copia esistente che risale a questo periodo. E’ probabile che
successivamente siano state redatte altre copie. Esiste per lo meno un'altra
copia della fine dello stesso secolo. Il testo del Nican Mopohua fu dato alle
stampe per la prima volta nel 1649 da Luis Lasso de la Vega, in un'opera che va
sotto il titolo generale di Huey Tlamahuizoltica e che si compone di cinque
parti. Sempre a metà del secolo XVI venne stampata la versione spagnola del
racconto delle apparizioni della Vergine di Guadalupe seguendo il testo di Valeriano,
che per la sua autorità s'impose sulle altre relazioni che senza dubbio
circolavano, come attesta una copia del secolo XVI conosciuta con il nome di
Inin Huey Tlamahuizolizin. Né Luis Lasso de la Vega né Miguel Sanchez fornirono
il nome dell'autore del Nican Mopohua: a loro bastava che il racconto fosse
avallato dalla tradizione orale e scritta. La prima luce sull'argomento fu
fatta da Luis Becerra Tanco, che nella dichiarazione rilasciata al processo
delle Informaciones de 1666 delle quali si parlerà più avanti, affermò d'aver
udito dire a Gaspar de Praves, conoscitore del nahuatl e suo zio materno, che
l'autore della narrazione fu «Juan Valeriano», un alunno nobile del Collegio di
Santiago de Tlatelolco. A partire da questa affermazione, Becerra Tanco
ritenne, nonostante l'errore del nome, che Valeriano potrebbe essere stato
l'autore del testo delle apparizioni, ma senza riuscire a provarlo. Nella
seconda metà del secolo XVII si chiarisce l'autenticità del Nican Mopohua
grazie a Carlos de Sigùenza y Gongora, uno dei più illustri conoscitori della
cultura messicana di allora, che dichiara con giuramento solenne che Antonio
Valeriano non solo è il vero autore del Nican Mopohua, ma altresì che egli
stesso, Sigùenza y Gongora, possiede l'originale scritto di suo pugno da
Valeriano. Quest'affermazione di Sigùenza y Gongora è ritenuta giustamente la
«pietra angolare» dell'autenticità del racconto delle apparizioni. Perciò,
benché a tutt'oggi si ignori la fine del manoscritto originale di Valeriano,
alla critica storica basta la constatazione che il documento, riconosciuto come
tale, appartenne a uno dei migliori conoscitori dell'antichità messicana, quale
fu Sigùenza y Gongora. Recentemente è stato scoperto dal Centro de Estudios
Guadalupanos un codice che porta il nome di «1548 », in cui compare la firma e
il glifo di Antonio Valeriano, nonché la firma di Bernardino de Sahagùn. Due
volte appare il nome della Vergine e due quello di Juan Diego. Si può
distinguere chiaramente il paesaggio del Tepeyac. In esso si allude
all'apparizione e alla morte di Juan Diego, avvenuta appunto nel 1548. Anche se
attendiamo ancora il giudizio definitivo della critica storica, la scoperta
conferma Valeriano come autore del Nican Mopohua. Padre Angel Maria Garibay ha
avanzato l'ipotesi che Valeriano sia stato solo un componente dell'équipe di
informatori che collaborarono con Sahagun nella composizione della sua Historia
generai de las cosas de la Nueva Espana. Garibay fonda la sua affermazione
sull'identità di stile tra i dati storici di Sahagùn e il Nican Mopohua,
ritenendo quindi anche quest'ultimo frutto di un lavoro di équipe, come la
Historia. In realtà gli informatori fornirono a Sahagùn i dati necessari a
compilare la sua monumentale ricerca, ma la stesura finale fu opera
dell'insigne etnologo. Per questo l'ipotesi di Garibay non è condivisa dalla
maggior parte degli studiosi.
2. Racconto delle apparizioni
Protagonista della singolare vicenda è un
indio di circa cinquantasette anni, Juan Diego (1474-1548), già vedovo e senza
figli, che vive con uno zio anziano, Juan Bernardino, a Tulpetlac ed è
originario di Cuauhtitlan. Apparteneva alla classe sociale dei macehuales e il
lavoro dei campi era molto probabilmente la sua attività principale. Il suo
nome indigeno era Cuauhtlatoa (= « Aquila che parla »). Si pensa che abbia
ricevuto il battesimo dalle mani di fra Toribio de Benavente, detto il
Motolinia. Del Nican Mopohua si conoscono varie traduzioni in castigliano. Noi
ci rifaremo alla più recente (1978) di padre Mario Rojas Sanchez, che si
differenzia profondamente dalle precedenti: infatti interpreta le parole della
Vergine in un'ottica che pone Dio al centro, conforme ai principi cristiani.
Gli autori precedenti, invece, si limitano a presentare una relazione che s'incentra
sull'immagine guadalupana. All'alba di sabato 9 dicembre 1531, Juan Diego sale
sul colle del Tepeyac, posto in periferia a nord di MéxicoTenochtitlan: si sta
dirigendo a Tlatelolco per la consueta lezione di catechismo. Attira la sua
attenzione un canto soavissimo: percepisce la presenza di qualcosa di
soprannaturale e si sente subito trasportato in un'altra dimensione, nell'eden
di cui parlavano gli antenati. Volge allora lo sguardo verso la cima della
collina, a oriente, da dove giunge il canto, cessato il quale ode una voce che
lo chiama per nome con accenti di tenerezza. Juan Diego sale in direzione della
voce per nulla turbato, anzi con un moto di gioia interiore. Si trova davanti
una Signora, in piedi, che lo invita ad avvicinarsi (prima apparizione).
L'abito in cui è avvolta è raggiante di luce, così come la pietra su cui poggia
i piedi, mentre la terra risplende, nella nebbia, con i colori dell'arcobaleno.
Prostratosi, sente la Signora rivolgersi a lui maternamente: l'apparizione
rivela d'essere la sempre Vergine santa Maria, madre del vero Dio, e chiede che
in quel luogo venga eretto un tempio nel quale possa manifestare suo Figlio a
tutte le genti che vivono in quella terra. Lo invia quindi dal vescovo
invitandolo a raccontare quanto ha visto e udito. Juan Diego obbedisce
prontamente, ma la sua prima visita in vescovado si rivela un fallimento. Torna
allora dalla Signora (seconda apparizione) per dirle di trovarsi un altro
ambasciatore, degno di maggior rispetto. Invano: deve essere proprio lui a eseguire
il compito, e Juan Diego si piega docilmente al desiderio della Vergine. Il
giorno seguente, domenica 10 dicembre, dopo il catechismo, il veggente torna
dal vescovo, il quale lo ascolta con maggior attenzione, ma pure con crescente
scetticismo, e gli rivolge molte domande. Alla fine il prelato gli chiede un
segno della volontà della Vergine, e, una volta che quello è partito, lo fa
seguire da due dei suoi frati, che però ben presto lo perdono di vista. La
Vergine, comunque, incontra Juan Diego (terza apparizione) e gli promette il
segno richiesto per il giorno seguente. Il lunedì, però, Juan Diego non si reca
all'appuntamento. Tornato a casa, la domenica, ha trovato lo zio molto malato.
Il medico non fa altro che constatare la gravità del suo stato e l'infermo
chiede di essere visitato da un sacerdote. Per questo, alle prime luci
dell'alba di martedi 12 dicembre, Juan Diego esce per andare a Tlatelolco, ma
decide di evitare il colle del Tepeyac per non essere trattenuto dalla Signora.
Ella però gli si fa incontro sul cammino (quarta apparizione). L'indio confida
allora la sua pena alla Signora, che lo invita ad aver fiducia in lei: « Non
ci sono qui io che sono tua madre? Perché ti angosci? Non sei forse sotto il
mio sguardo?... », e gli annuncia la guarigione dello zio. Quindi lo manda
sulla cima del colle a cogliere i fiori che vi troverà. Lei stessa li prende,
poi, tra le mani e glieli accomoda nel mantello, ordinandogli di mostrarli solo
al vescovo. Rincuorato dalle parole della Vergine, Juan Diego va dritto al
vescovado, dove, però, deve attendere a lungo, importunato da quelli che
vorrebbero vedere ciò che stringe nel manto. Quando il veggente lo schiude
appena, qualcuno tenta di toccare i fiori. Invano! Essi appaiono come ricamati
(o dipinti o cuciti) sulla tilma. Lo strano fatto viene riferito al vescovo,
che decide di ricevere Juan Diego. Finalmente l'indio può aprire il mantello e
mostrare al vescovo il segno richiesto: le rose e gli altri fiori profumati
cadono a terra e sulla tilma compare improvvisamente, sfolgorante, l'immagine
della Vergine che si offre alla venerazione dei presenti, caduti nel frattempo
in ginocchio. Quando Juan Diego tornerà a casa, dopo essere rimasto qualche
giorno ospite del vescovo, troverà effettivamente lo zio ristabilito. Ma anche
a Juan Bernardino è apparsa la Vergine, presentandosi con il nome di Guadalupe
(quinta apparizione). Appena si sparse nella capitale la notizia del prodigio,
il palazzo vescovile divenne meta di pellegrinaggi da parte di chi voleva vedere
la santa immagine, tanto che il vescovo Juan de Zumarraga fu costretto ad
esporla nella chiesa principale della città, mentre terminavano i lavori della
cappella ordinata dalla Madonna (quella che si chiamò la prima ermita). Qui, il
26 dicembre, venne trasferita nel corso di una solenne processione, alla quale
intervennero le principali autorità spagnole insieme alla nobiltà india.
L'immagine fu portata dai missionari francescani sotto un elegante baldacchino,
in mezzo alle manifestazioni di giubilo degli indigeni. Il culto guadalupano si
diffuse rapidamente in tutto il paese, come abbiamo già potuto osservare
accennando alle fonti, nonostante la forte opposizione di molti missionari.
Probabilmente a causa di questa renitenza ad ammettere l'ortodossia del culto,
Zumarraga non ha lasciato nessun documento ufficiale, preferendo mantenere il
silenzio e lasciare al tempo il compito di chiarire i fatti.
3. Lettura teocentrica del messaggio
della Vergine
L'apparizione mariana avvenuta sul colle
del Tepeyac è stata giustamente definita «messaggio di salvezza ». La Vergine
parla a Juan Diego, ma, attraverso lui, vuole manifestarsi a tutta la sua gente
che vive in una situazione di oppressione e di frustrazione. In Maria è Dio
stesso che raggiunge il popolo, gli parla e gli rivolge parole di speranza.
Benché le divinità azteche siano morte, Dio, « il vero Dio per cui si vive »,
non li ha abbandonati, anzi affida le loro pene e le loro aspirazioni a sua
madre. Maria è infatti nostra madre, nostra «piadosa madre »: sul Tepeyac
risplende luminoso il mistero della maternità divina e spirituale di Maria e,
si sa, il mistero della maternità divina è il mistero della centralità di
Cristo. In questo senso si può vedere nella manifestazione mariana del Tepeyac
un'eco della manifestazione di Dio a Mosè nel roveto ardente. Il lamento degli
indios è giunto al cuore di Dio che, attraverso Maria, annuncia e opera la
prossima liberazione. S'instaura così un rapporto autenticamente evangelico tra
la fede cristiana e un nuovo popolo, quello mestizo, cioè meticcio: è un nuovo
inizio, un fondamento di vita simile a quello che Dio aveva stipulato per mezzo
di un patto di alleanza con Israele, facendo di varie tribù un popolo. Come
l'esodo degli ebrei dall'Egitto aveva dato inizio a una nuova coscienza di
popolo, così le apparizioni della Vergine sul Tepeyac contengono in germe
l'inizio di una nuova cultura: Maria convoca un popolo e lo rende Chiesa.
L'intervento di Maria fa spontaneamente pensare alla visitazione (Luca
1,39-56). La visita di Maria a Elisabetta fu un annuncio di Gesù: in essa si
realizzò una comunicazione di grazia e si sperimentò una profonda comunione tra
le persone, specie nel bisogno. Ora Maria visita, attraverso un suo
rappresentante, tutto un popolo, e il suo compito sarà quello di condurre
l'uomo alla piena realizzazione di sé come persona e di rivelargli il suo
destino trascendente. Compito della madre sarà quello d'indicare agli indigeni
il vero Dio, abbandonando l'idolatria ma senza rinnegare la sostanza della
religiosità indigena, che viene così riorientata. Il Dio annunciato porta nomi
ben conosciuti dagli aztechi: la Vergine richiama non i nomi delle singole
divinità, ma quelli che formavano il sustrato teologico del credo del popolo.
Santa Maria di Guadalupe dice di essere: - la madre del Dio di verità - la
madre del datore della vita - la madre del creatore degli uomini - la madre del
Signore della vicinanza e dell'unità - la madre del Signore del cielo e della
terra. Si riferisce perciò all'essenza di Dio nella sua relazione con il
mondo e con l'uomo. In questo modo il fatto guadalupano ricupera parte
dell'immensa ricchezza della concezione religiosa nahuatl dandole pienezza e
universalità. Anche Juan Diego è pienamente accolto da Maria nella sua realtà
india, è da lei amato e promosso: proprio lui è stato scelto per compiere una
missione. E inviato a portare la liberazione da odi e rancori verso i
conquistatori per costruire un popolo nuovo, all'insegna dell'unità,
dimenticando le tragedie passate e guardando al futuro che nascerà
dall'incontro delle due razze: è un evento, questo, da vivere non con fatidica
rassegnazione o passivo risentimento, ma con coraggiosa e dinamica speranza. La
Vergine del Tepeyac è modello per tutti quelli che non accettano passivamente le
circostanze avverse della vita personale e sociale, ma proclamano con lei che «
Dio innalza gli umili » e « rovescia i potenti dai troni ». Come
madre, la Vergine esprime il desiderio di essere presente tra i suoi figli in
modo permanente, di stabilire un dialogo, una comunione, e di vedere realizzata
l'unità dei credenti. Per questo chiede che in quel luogo venga costruito un
tempio, una casa che sia punto di riferimento a cui accorrere per invocare
l'unico vero Dio da lei annunciato. Lì vuole essere amata e invocata, lì vuole
che i suoi figli imparino a confidare in lei. Maria desidera mostrare quanto
Dio si fa vicino all'uomo, alla sua esistenza concreta: va incontro a Juan
Diego lungo il cammino, si interessa di quello che fa, viene a consolare le sue
pene, sta accanto a chi non ha più speranza. La guarigione che Dio ha
progettato per il suo popolo riguarda infatti tutto l'uomo: a questo allude la
guarigione dello zio di Juan Diego, cioè Juan Bernardino. La malattia è una
delle tante schiavitù che incatenano l'uomo. Il fatto miracoloso ci ricorda
inoltre che il dono della Vergine varca ogni confine e che alla base della
salvezza ci sarà sempre la fede. Sollecita del bene dei figli, che vuole
crescere nella fede, Maria chiede al suo messaggero di recarsi dal vescovo
perché questi autorizzi la costruzione del tempio richiesto. Ne riconosce
quindi l'autorità nell'ambito ecclesiale e la funzione di guida spirituale del
popolo di Dio, che deve imparare a vivere la fede nella comunità dei fratelli,
figli di uno stesso Padre. Alla fine del Nican Mopobua siamo già di fronte a
una comunità riunita dalla presenza di Maria.
4. Spunti teologici
Se prendiamo in considerazione il fatto
guadalupano dal punto di vista strettamente teologico, possiamo definirlo un
esempio di evangelizzazione attraverso parole, simboli, miracoli, sull'esempio
di quella che operava Gesù. E come per Gesù, al centro c'è sempre Dio. Sono
molte le reminiscenze bibliche. Fin dall'iniziale annotazione relativa al luogo
e all'ora delle apparizioni, siamo introdotti in un ambiente impregnato di
soprannaturale e di divino: « Era sabato, molto presto... Vicino alla collina
già albeggiava... ». E sintomatico che la manifestazione soprannaturale avvenga
su un monte - sia pure di modestissima altitudine - poiché la cima dei monti è
stata sempre ritenuta un punto di contatto con la divinità. L'ora ha un valore
simbolico nella mentalità preispanica: allude all'« inizio », alla nascita di
qualcosa di nuovo e di grande. Attratto dal canto celestiale, Juan Diego alza
lo sguardo verso la cima del colle e sente una voce che lo chiama, ripetendo il
suo nome, come spesso avviene nelle manifestazioni divine narrate nella Bibbia.
All'udire segue il vedere. Il veggente, per niente intimorito, anzi rallegrato
dalla presenza di segni soprannaturali, osa salire in direzione della voce per
incontrarsi faccia a faccia con chi lo chiama: una Signora che gli appare in
una cornice splendente di luce, tipica delle manifestazioni divine della
Bibbia. Il colle, luogo desolato in cui spuntavano solo cactus, ora è luogo di
vita. A questo punto entrano in scena le parole: la figura splendente si
presenta come la sempre Vergine santa Maria. Fin dalle origini, la Chiesa ha
proclamato la verginità di Maria fondandosi sui vangeli di Matteo e di Luca;
Maria è inoltre la piena di grazia e, per questo, partecipa in modo singolare
della santità di Dio: « Santa per la sua unione col Verbo incarnato, in forma
tanto esclusiva e personale, come madre sua, santa per i privilegi, i doni di
grazia con i quali Dio la colmò fin dalla sua immacolata concezione, santa per
la risposta che dà conservando la grazia e praticando perfettamente le virtù ».
Tutti i doni, i privilegi e la grandezza della Vergine Maria hanno la loro
radice nel fatto di essere la madre di Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto
uomo. La Vergine non nomina direttamente Gesù: parla piuttosto il linguaggio
semplice della fede, come si esprime nella seconda parte dell'Ave Maria: «Santa
Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori...». Per Juan Diego, comunque, è
chiaro che si tratta della « madre del salvatore nostro Gesù Cristo », perché
già conosceva il catechismo nelle sue linee essenziali. Il messaggio
guadalupano tocca il cuore del mistero rivelato: Maria di Guadalupe è la
Vergine madre di Dio. Già abbiamo menzionato la familiarità che gli indigeni
avevano con gli attributi divini menzionati dalla Vergine: è qui indispensabile
sottolineare che, mentre nell'antica religione l'espressione « madre di Dio » o
« nostra madre » indicava l'aspetto femminile della realtà, ora la Vergine
vuole specificare che il suo essere creatura ha come primo compito quello di
far conoscere, glorificare, manifestare Dio alle genti. E lo farà attraverso la
vocazione che le è propria: quella di madre tenerissima che guarda
misericordiosa verso i suoi figli, non solo quelli del Messico, ma tutti quelli
a lei devoti. Il messaggio guadalupano è tutto un cantico alla maternità
spirituale di Maria intonato da lei stessa, come soprattutto si può notare
nella quarta apparizione: « Non ci sono qui io che sono tua madre?... ». Quello
che porta in seno - secondo il simbolismo di alcuni pittogrammi e decorazioni
presenti nella tunica della Vergine - è il Figlio di Dio, ma nello stesso tempo
è il popolo mestizo, meticcio. Fin dal primo momento, inoltre, la Vergine
chiede che sul colle del Tepeyac venga innalzato un tempio. Ora, l'idea della
casa-tempio risponde alle esigenze religiose più profonde dell'uomo: ogni
gruppo umano ha sentito la necessità di scegliere uno spazio e consacrarlo alla
divinità, perché abiti in esso. Proprio per rispondere a quest'intima esigenza
di incontrare Dio, la Madonna chiede un tempio, in cui dispensare i suoi
favori. In questo contesto di intercessione per tutto il popolo, prende rilievo
anche la figura di Juan Diego, il veggente. Egli è l'inviato di cui la Vergine
si serve: « Gli dirai [al vescovo] che io ti mando... ». Come un vero profeta,
egli è un servo pronto a obbedire, fedele al mandato ricevuto anche di fronte
all'iniziale fallimento. E’ stato scelto lui: non sarà sostituito da qualcuno
più conosciuto, rispettato o onorato. E’ per la sua fatica che si realizza il
volere della Vergine; da uomo di fede, Juan Diego non solo si rende
disponibile, ma non cerca di approfittare del potere della Madonna per chiedere
ciò che ormai era umanamente impossibile: sarà la Vergine a operare da parte
sua un miracolo apparendo allo zio e guarendolo. Juan Bernardino diverrà
l'altro testimone dell'evento: a lui, infatti, Maria rivelerà il suo titolo:
Guadalupe. Consolato dalla buona notizia, Juan Diego non dubita nemmeno per un
momento e corre di nuovo dal vescovo con il segno richiesto. Dobbiamo qui
soffermarci sull'importanza dei segni nell'evento guadalupano. Il primo è
quello dei fiori che la Vergine stessa prende tra le mani, dopo aver ordinato a
Juan Diego di coglierli. Sono rose e altre specie diverse, profumate e roride
di rugiada, spuntate prima del tempo e in modo straordinario in un luogo in cui
normalmente abbondavano rocce, cardi, spine e cactus. L'altro segno è quello
dell'immagine impressa sulla tilma di Juan Diego e venerata con il nome
rivelato a Juan Bernardino: « La perfetta Vergine santa Maria di Guadalupe »,
il cui significato è stato ampiamente indagato dagli studiosi. Quando la
Madonna apparve a Juan Diego, il termine Guadalupe aveva già una lunga storia
dietro di sé. Guadalupe era il nome di una località spagnola situata presso
Caceres, in Estremadura, regione dalla quale proveniva la maggior parte dei
conquistatori e lo stesso vescovo Juan de Zumàrraga. Assai celebre al tempo
della conquista dell'America, era sede di un santuario dedicato precisamente a
Nostra Signora di Guadalupe. Guadalupe è parola castigliana d'origine araba, ma
di significato oscuro. Alcuni pensano che significhi «fiume di luce» o « fiume
di amore ». Altri autori hanno cercato d'interpretare la parola Guadalupe con
la filologia nahyatl, ma forzando inutilmente il suo valore originale. E’
significativo invece che la Vergine abbia scelto di presentarsi con questo nome
caro agli spagnoli, perché riconoscessero attraverso questo segno la Vergine
Maria della tradizione cristiana. Per Juan Diego l'immagine - descritta in
un'altra parte dell'Huey Tlamahuizoltica - è stata una conferma della sua fede;
per il vescovo un segno perché credesse; per gli indigeni un codice, amoxtli,
sul quale un tlacuilo («pittore») celeste aveva lasciato messaggi che passavano
inavvertiti per gli spagnoli. Infatti, mentre la nostra cultura privilegia la
parola, la cultura nahuatl valorizza l'immagine. Per noi l'immagine è piuttosto
un ritratto, una riproduzione della realtà, e solo secondariamente è
comunicazione. Gli indios, preparando i loro amoxtli, non pretendevano di
riprodurre la realtà, ma piuttosto di comunicare convinzioni in modo
pittografico. L'immagine, quindi, unita al racconto di un fratello della stessa
razza, in lingua nahuatl, con una simbologia precisa, provocò la conversione in
massa degli indigeni alla Regina del cielo.
5. Contenuto antropologico
La Vergine sceglie come suo interlocutore
un « povero indio ». L'indio nell'evento guadalupano è un personaggio di spicco
rispetto agli altri: la Vergine infatti prima si manifesta a lui, e solo in
seguito al vescovo. Anche il momento scelto è significativo: al versetto i del
Nican Mopohua si legge: «Dieci anni dopo la caduta di Città di Messico furono
deposte le frecce e gli scudi». Abbiamo già visto che, per gli aztechi, la
guerra era espressione della loro cultura: dopo aver vissuto come nomadi,
divennero un popolo proprio combattendo. Per loro la guerra aveva dimensioni
sociali (guerra sociale) e religiose guerra florida in primavera: aveva il
valore di guerra sacra, di mandato divino). Per questo la fine della guerra
aveva un grave significato: implicava che giungeva alla fine la « nostra
società, la nostra nazione ». Il Nican Mopohua insiste più avanti, di nuovo,
sul fatto che Juan Diego era « un povero indio »: il senso dell'affermazione
risulta chiaro se si tien conto di un dato grammaticale, cioè che per gli
aztechi le realtà più importanti si esprimono con due parole (« difrasismo »)
oppure con una parola ripetuta. A lui, all'indio, è dato di cogliere la verità,
di cogliere l'evento divino come « vero » attraverso il canto e i fiori. La
dignità dell'indio è sottolineata dal nome con cui la Vergine lo chiama: «
Juantzin », « Juandiegotzin », parole normalmente tradotte con Juanito,
Juandieguito. Però in nahuatl la desinenza -tzin è anche indice di riverenza e
di rispetto. La Vergine si rivolge al povero indio come a una persona, a un uomo:
per questo gli si mostra in piedi. I nobili dominatori, sia aztechi sia maya
sia spagnoli, ricevevano gli inferiori seduti. Quindi la nobiltà che Juan Diego
vede nella Signora non ha un carattere dominatore. L'indio riconosce in lei una
certa superiorità, però la esprime in un modo estremamente familiare e dolce,
chiamandola: « Nina mia » In un clima di rispetto e di gentilezza si svolge il
colloquio tra il « più piccolo dei suoi figli » - espressione che pure allude
alla condizione di emarginazione in cui si trova l'indigeno - e la Vergine:
vale a dire con la cordialità tipica della lingua nahuatl. Il povero è dunque
il testimone dell'evento guadalupano, ne è il mediatore: la Vergine chiede
l'appoggio di Juan Diego. Dopo il fallimento del primo tentativo, Juan Diego
s'inginocchia ai piedi del vescovo e piangendo gli ripete il messaggio della
Madonna. Nonostante tutto, il povero indio spera contro ogni speranza, nel
corso di questo dialogo reso difficile dall'incredulità di Zumàrraga. Nel
momento cruciale della missione di Juan Diego - quando avrebbe dovuto chiedere
alla Vergine un segno –s’innesta la malattia dello zio: è un avvenimento
decisivo per la comprensione dell'evento. Per gli aztechi e i mesoamericani in
genere, lo zio aveva un ruolo sociale d'importanza capitale: «zio » era la
massima espressione di rispetto che si potesse rivolgere ad un adulto. Era la
chiave per comprendere la contrada e il popolo. La gravità della malattia dello
zio è il simbolo di qualcosa di distruttivo all'interno dell'organizzazione
sociale. La malattia infettiva di cui sta morendo lo zio è stata importata
dagli spagnoli ed è sconosciuta ai nahua: riassume quindi in sé tutte le
calamità e le afflizioni che pesano sul popolo oppresso. Proprio sulla malattia
dello zio agirà santa Maria di Guadalupe, attenta alle necessità del povero, di
cui è madre: lo tiene « sotto la sua ombra ». La guarigione dello zio è
riscatto del popolo dalla morte. Con la salute ritrovata da parte di Juan
Bernardino, si giunge all'apice dell'evento guadalupano che aveva avuto inizio
con il canto: ora con i fiori la verità promessa dalla Vergine diventa un
fatto. Anche in questo caso la Vergine richiede la partecipazione di Juan
Diego: lui deve coglierli e farne un mazzo, lassù sulla cima del colle fino a
quel momento arido, e poi portarli a lei. Sul Tepeyac - che è un altro mondo -
domina ora la verità, che l'indio riesce a intendere. Nei fiori - e solo in
seguito sulla tilma - rimarrà per sempre il simbolo dell'evento guadalupano:
questo rivela la Vergine a Juan Diego, suo ambasciatore degno di fiducia.
L'indio raccoglie felice i fiori nella tilma, sicuro di riuscire questa volta
nell'intento di convincere il vescovo: se accetta i fiori, accetterà la verità
guadalupana. Questa verità è gia parte di Juan Diego, nessuno potrà separarla
da lui: per questo i servi del vescovo non potranno impadronirsi di un solo
fiore. Sarà proprio di fronte ai fiori - prima ancora di vederli - che il
vescovo si deciderà ad appoggiare il progetto sollecitato dal povero indio e
gli darà credito, dopo aver visto l'immagine stampata sulla tilma, e vorrà che
lui, l'indio, gli indichi il luogo dove la Madonna chiede che si edifichi il
tempio. Ora tutti rispettano l'indio. Ci sembra opportuno concludere con le
considerazioni fatte recentemente dai vescovi messicani a proposito del
contenuto antropologico dell'evento guadalupano: « L'indio è indotto a uno
sforzo di superamento: a non lasciar ''passare'' la storia, ma ad approfittare
del presente e a pensare al domani; a non vivere aspettando tutto dagli altri,
ma a sforzarsi per ottenerlo con le sue forze; a non autoemarginarsi lasciando
agli altri il lavoro e le responsabilità, ma ad essere l'artefice del proprio
destino; a mettere da parte le vendette per impegnarsi, facendo leva sulla
verità e sul diritto, a raggiungere il suo obiettivo ».
6. Il simbolismo dell'immagine
A un popolo abituato a comunicare
attraverso segni pittografici, santa Maria di Guadalupe manda un'immagine tanto
chiara per gli indigeni, nella sua simbologia, quanto comprensibile per i
missionari. La tela sulla quale l'immagine è rimasta impressa misura centimetri
170 per 104. E’ formata da due parti unite da una cucitura verticale effettuata
con filo all'apparenza dello stesso materiale. Le sue dimensioni corrispondono
a una tilma, o mantello, adatta a una persona di media statura di circa metri
1,70 di altezza, tessuta con fibre di maguey, come ancora oggi si usa in
Messico. L'ayate, ossia la tilma indigena, era strettamente vincolato alla
persona stessa, anzi la rappresentava. Non ci sono segni di rotture o
riparazioni. E’ straordinario che sia potuta conservarsi fino ad oggi
(normalmente ha una durata di trentaquarant'anni). Nel secolo XIX si sparse
accidentalmente sopra l'estremo superiore destro dell'ayate una soluzione
concentrata di acido nitrico, mentre alcuni operai stavano pulendo la cornice
d'argento. La tela non andò distrutta e le macchie che ne risultarono stanno
progressivamente scomparendo. Nel 1923 un terrorista fece esplodere una bomba
di fronte all'altare, a pochi metri dall'immagine: i candelabri di metallo
situati vicino alla cornice si deformarono, ma la tilma non subì alcun danno.
In sé l'immagine rappresenta la Vergine Immacolata o Assunta. Padre Miguel
Sanchez, che fu il primo a descriverla, vede in essa la « donna » di cui si
parla nell'Apocalisse: incinta, coronata di stelle. Sta in piedi sopra quella
che appare una mezza luna, ma è in realtà una cometa, simbolo di Quetzalcoatl.
Tiene la testa devotamente inclinata verso destra, con le mani giunte
all'altezza della cintura. Ha un volto bellissimo, grave e nobile, un poco
moreno. L'immagine è tutta illuminata dai raggi del sole. La Madonna indossa
una tunica talare di color rosato con disegni in oro - soprattutto motivi
floreali e in particolare fiori aztechi - che risaltano sopra il colore. Porta
al collo, a mo' di spilla, una giada, simbolo della vita presso gli aztechi, al
centro della quale compare una croce cristiana, ma può essere anche il
quicunce, simbolo di Quetzalcoatl. Sotto la tunica colorata se ne nota una
bianca. Il manto è celeste: le copre tutta la testa senza nascondere il volto,
scendendo fino ai piedi. E’ tutto rifilato in oro ed è seminato di stelle.
Tutta la figura è come sorretta da un angelo, che « sembra molto contento di
condurre sulle sue ali la Regina del cielo ». L'immagine non corrisponde allo
stile della pittura europea del secolo XVI e, in essa, si possono identificare
numerosi elementi che ricordano i codici indigeni. Uno studioso osserva che
sicuramente la Signora viene dal cielo: i raggi del sole la circondano
attraversando le nubi, le stelle adornano il suo manto e i suoi piedi poggiano
su una cometa. Viene da oriente e pone in ordine il cosmo: diversamente non
sarebbe possibile che gli astri appaiano uniti. Viene a porre termine alla
lotta astrale immaginaria: la Vergine può mantenerli in perfetto equilibrio. I
corpi celesti non sono dèi, ma creature sottomesse a un ordine superiore. Non
muore il Quinto Sole azteco, ma la Vergine di Guadalupe annuncia un nuovo Sole
di giustizia e santità: Cristo. Dalla posizione delle mani e dal capo
inclinato, possiamo dedurre che la Vergine riverisce Qualcuno più grande di
lei. Il manto, simbolo del cielo e del potere, la copre completamente ed è
dello stesso colore di quello che portavano i re aztechi (tlatoani). D'altra
parte la Signora appartiene alla terra, come indica il colore della tunica:
rosato come l'aurora nella Valle di Messico. L'abito è disseminato di fiori
aztechi. Il Tepeyac, infatti, è ormai un luogo trasformato da arido e roccioso
in verdeggiante e fiorito, grazie a un benefico influsso che viene dal cielo,
rappresentato dal manto. La Vergine e madre, Regina del cielo e della terra,
porta rispetto a un Essere superiore, al suo stesso Creatore, come ci è indicato
dalla posizione delle mani e dal capo inclinato. Intorno alla famosissima
immagine sono stati compiuti studi scientifici approfonditi, tra qui quello del
Premio Nobel per la Chimica 1938, Richard Kuhn, che nel 1936, prendendo in
esame alcuni fili del tessuto, analizzò la sua proprietà di essere resistente
alla polvere: giunse alla conclusione che i colori dell'immagine non
appartengono né al regno animale né a quello vegetale né a quello minerale.
Dobbiamo comunque tener presente che alcuni elementi dell'immagine sono stati
aggiunti o ritoccati, a partire dal secolo XVII. Anche scienziati della NASA si
sono occupati dell'immagine utilizzando la fotografia a raggi infrarossi, molto
utile per individuare eventuali ritocchi, e hanno formulato le loro ipotesi:
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