|
|
 |
LA BELLA SIGNORA DELLE TRE
FONTANE
(Storia della Vergine della Rivelazione)
PARTE
PRIMA
1. QUEL TRENO PERSO
C'è sempre una preparazione, un qualcosa che
preannuncia la visita di Maria santissima in forma visibile su questa terra.
Anche se questa preparazione non viene percepita tutte le volte
immediatamente, la si riscontra poi con l'andare del tempo. Non sempre è un
angelo, come avvenne a Fatima; molto spesso si tratta di avvenimenti, grandi
o piccoli. E’ sempre un qualcosa che, come un aratro, smuove il terreno.
Pensiamo che un qualcosa del genere sia avvenuto anche a Roma, prima che la
Madonna si presentasse ai bambini e poi allo stesso Bruno Cornacchiola, alle
Tre Fontane. Niente di sensazionale, ma nei disegni divini il sensazionale e
il normale hanno lo stesso valore. Anzi, la preferenza va a ciò che si
innesta meglio sull'ordinarietà, perché l'opera di Dio non è ingigantita o
sminuita dall'entità delle circostanze. Ecco una di queste circostanze. Roma,
17 marzo 1947. Poco dopo le 14, padre Bonaventura Mariani dei frati minori
viene chiamato dalla portineria del Collegio S. Antonio in via Merulana 124.
C'è una signora che con tono concitato lo sollecita a recarsi nel suo
appartamento di via Merulana, perché dice che «c’è il diavolo», più
concretamente, ci sono alcuni protestanti che lo stanno aspettando. Il frate
scende e la signora Linda Mancini gli spiega che era riuscita a organizzare
un dibattito con loro sulla religione. Infatti quelli da un po' di tempo
stavano svolgendo una intensa propaganda nel suo palazzo, specialmente ad
opera di uno di essi, un certo Bruno Cornacchiola, ottenendo la conversione
di alcuni coinquilini che avevano già deciso di non fare battezzare i loro
bambini. Amareggiata per quanto stava accadendo e non riuscendo a tenere
testa alle loro argomentazioni, la signora Mancini si era rivolta ai
francescani del Collegio S. Antonio. «Venga subito», scongiurava la donna,
«altrimenti i protestanti diranno che voi avete paura di battervi con
loro...» Per la verità, la cosa non era stata combinata all'ultimo minuto.
Era già stato preavvisato un altro francescano, che però all'ultimo momento,
per ragioni personali, aveva declinato l'invito e aveva suggerito di
rivolgersi a padre Bonaventura. Naturalmente questi obietta che, preso così
alla sprovvista, non si sente preparato per quel dibattito e, per di più, è
stanco per le lezioni tenute in mattinata alla Facoltà di Propaganda Fide. Ma
di fronte alle accorate insistenze della signora, si rassegna ad accettare
l'invito. Giunto nella stanza del dibattito, padre Bonaventura si trova di
fronte a un pastore protestante della setta degli «Avventisti del settimo
giorno», circondato da un gruppetto della stessa religione, fra cui Bruno
Cornacchiola. Dopo una preghiera silenziosa, comincia il dibattito. Si sa
che, di solito, questi incontri diventano subito «scontri» e si esauriscono
in uno scambio di accuse e controaccuse, senza che una parte riesca a
convincere l’altra, datro che ognuno parte dall’assoluta certezza di trovarsi
nel giusto. Cornacchiola si distingue subito per interventi aggressivi,
basati più sugli insulti che sulle argomentazioni, come questo: «Voi siete
artisti ed astuti; studiate per ingannare gli ignoranti, ma con noi che
conosciamo la Parola di Dio non potete fare nulla. Avete inventato tante
stupide idolatrie e interpretate la Bibbia a modo vostro!». E
direttamente al frate: «Caro furbacchione, sei svelto a trovare le
scappatoie!...». E così il dibattito si protrae per quasi quattro ore,
finché viene deciso che è tempo di separarsi. Mentre tutti si alzano per
andarsene, le signore presenti al dibattito dicono a Cornacchiola: «Tu non
sei tranquillo! Si vede dallo sguardo». E lui di rimando: «Sì invece:
io sono felice da quando ho abbandonato la Chiesa cattolica!». Ma le
signore insistono: «Rivolgiti alla Madonna. Lei ti salverà! », e gli
mostrano il rosario. «Questo ti salverà! Ed ecco che ventun giorni dopo
Cornacchiola sta sì pensando alla Madonna, ma non tanto per «rivolgersi a
lei», quanto per combatterla e cercare di sminuirla il più possibile,
cercando addirittura nella stessa Bibbia le argomentazioni per farlo. Ma chi
era questo Bruno Cornacchiola? E soprattutto qual era la storia della sua
vita e perché era diventato così accanito contro la Madonna? Pensiamo sia
molto utile conoscere tutto questo per comprendere meglio l'ambito e i
retroscena su cui si innesta il messaggio dell'apparizione. Sappiamo che la
Madonna non sceglie mai a caso: né il veggente, né il luogo, né il momento.
Tutto fa parte del mosaico dell'avvenimento. E lo stesso Bruno che racconta.
Noi riassumiamo. Nasce nel 1913 sulla Cassia Vecchia, in una stalla, a causa
della grande povertà in cui versano i suoi genitori. Alla sua nascita il
padre è in prigione a Regina Coeli e quando esce con la moglie porta il
bambino a battezzare nella chiesa di S. Agnese. Alla rituale domanda del
sacerdote: «Che nome gli volete mettere?», il papà, ubriaco, risponde:
«Giordano Bruno, come quello che avete ammazzato voi a Campo dei Fiori!».
La risposta del sacerdote è prevedibile: «No, con questo spirito non è
possibile!>> Si accordano allora che il bambino si chiamerà soltanto
Bruno. I genitori sono analfabeti e vivono in miseria. Vanno ad abitare in
una casa vicino all'agglomerato di baracche dove si ritrovavano tutti quelli
che uscivano dalle carceri e le donne di strada. Bruno cresce in questa
«schiuma di Roma», senza religione, perché Dio, Cristo, la Madonna erano
conosciuti soltanto come bestemmie e i bambini crescevano pensando che questi
nomi indicassero porci, cani o asini. In casa Cornacchiola la vita era piena
di liti, bastonate e bestemmie. I bambini più grandi, per poter dormire la
notte, uscivano di casa. Bruno andava a dormire sulle scale della Basilica di
S. Giovanni in Laterano. Una mattina, quando aveva quattordici anni, viene
avvicinato da una signora che, dopo averlo invitato a entrare con lei in
chiesa, gli parla di messa, di comunione, di cresima, e gli promette la
pizza. Il ragazzo la guarda stralunato. Alle domande della signora,
meravigliato, risponde: «Beh, a casa, quando papà non è ubriaco si mangia
tutti assieme, qualche volta pastasciutta, qualche volta minestra, il brodo,
risotto o la zuppa, ma questa cresima e comunione, mamma non l'ha mai
cucinata... E poi, cos'è quest'Ave Maria? Cos'è 'sto Padre nostro?». E così,
Bruno, scalzo, malvestito, pieno di pidocchi, infreddolito, viene
accompagnato da un frate che cercherà di insegnargli un po' di catechismo.
Dopo una quarantina di giorni la solita signora lo porta in un istituto di
suore dove Bruno riceve per la prima volta la comunione. Per la cresima
occorreva il padrino: il vescovo chiama il suo servitore e gli fa fare da
padrino. Come ricordo gli danno il libretto nero delle Massime eterne e una
bella corona del rosario, grossa e nera anch'essa. Bruno ritorna a casa con
questi oggetti e con l'incombenza di chiedere perdono alla mamma per i sassi
che le aveva tirato e un morso alla mano: «Mamma, il prete mi ha detto
alla cresima e comunione che ti dovevo chiedere perdono...». «Ma che
cresima e comunione, che perdono!», e dicendo queste parole gli dà uno
spintone, facendolo cadere per le scale. Bruno allora lancia alla mamma il
libretto e la corona del rosario e se ne va di casa, a Rieti. Qui rimane per
un anno e mezzo con un suo zio, facendo tutti quei lavoretti che gli
offrivano. Poi lo zio lo riporta dai genitori che nel frattempo si erano
traslocati al Quadraro. Due anni dopo, Bruno riceve la cartolina precetto per
il servizio militare. Ha ormai vent'anni, è senza istruzione, senza lavoro e
per presentarsi in caserma si procura un paio di scarpe negli scarichi delle
immondizie. Per legacci un filo di ferro. Viene mandato a Ravenna. Non aveva
mai avuto tanto da mangiare e da vestire come da militare, e lui si dava da
fare per farsi strada, accettando di compiere tutto ciò che gli veniva
richiesto e partecipando a tutte le gare. Eccelle soprattutto nel «tiro a
segno», per cui viene mandato a Roma per una gara nazionale: vince la
medaglia d'argento. Al termine del servizio militare nel 1936, Bruno si sposa
con una ragazza che aveva già conosciuto quando era ancora bambina. Conflitto
per le nozze: lui vuole sposarsi solo civilmente. Era infatti diventato
comunista e non voleva avere a che fare con la Chiesa. Lei invece voleva
celebrare il matrimonio religioso. Giungono a un compromesso: «Va bene, vuol
dire che domandiamo al parroco se ci vuole sposare in sacrestia, però non mi
deve chiedere né confessione, né comunione, né messa». Questa è la condizione
posta da Bruno. E così avviene. Dopo il matrimonio caricano le loro poche
cose in una carriola e vanno ad abitare in una baracca. Bruno ora è deciso a
cambiare vita. Stringe rapporti con i compagni comunisti del Partito d'Azione
che lo convincono ad arruolarsi come radiotelegrafista volontario all'OMS,
sigla usata per indicare l'Operazione Militare in Spagna. Siamo nel 1936.
Viene accettato e in dicembre parte per la Spagna dove infierisce la guerra
civile. Naturalmente le truppe italiane si schierano dalla parte di Franco e
i suoi alleati. Bruno, infiltrato comunista, ha ricevuto dal partito il
compito di sabotare motori e altro materiale in dotazione alle truppe
italiane. A Saragozza è incuriosito da un tedesco che aveva sempre un libro
sotto il braccio. In spagnolo gli chiede: «Perché porti sempre questo
libro sotto il braccio?». «Ma non è un libro, è la sacra Scrittura, è
la Bibbia», fu la risposta. Così, discorrendo, i due giungono vicino alla
piazza antistante il santuario della Vergine del Pilar. Bruno invita il
tedesco a entrare con lui. Quegli rifiuta energicamente: «Guarda che io in
quella sinagoga di Satana non ci sono mai andato. Io non sono cattolico. A
Roma c'è il nostro nemico». «Il nemico a Roma?», domanda
incuriosito Bruno. «E dimmi chi è, così se io lo incontro, lo ammazzo».
«È il papa che sta a Roma». Si lasciano, ma in Bruno, che già era
avverso alla Chiesa cattolica, era aumentato l'odio contro di essa e contro
tutto ciò che la riguardava. Così, nel 1938, mentre si trova a Toledo, compra
un pugnale e sulla lama incide: «A morte il papa!». Nel 1939,
terminata la guerra, Bruno ritorna a Roma e trova lavoro come uomo delle
pulizie all'ATAC, la società che gestisce i mezzi di trasporto pubblici di
Roma. In seguito, dopo un concorso, diventa bigliettaio. Risale a questo
periodo il suo incontro prima con i protestanti «Battisti», e poi con gli «
Avventisti del settimo giorno». Questi lo istruiscono per bene e Bruno viene
fatto direttore della gioventù missionaria avventista di Roma e del Lazio. Ma
Bruno continua a lavorare anche con i compagni del Partito d'Azione e in
seguito nella lotta clandestina contro i tedeschi durante l'occupazione. Si
adopera anche per salvare gli ebrei braccati. Con l'arrivo degli americani
comincia la libertà politica e religiosa. Bruno si distingue per il suo
impegno e fervore contro la Chiesa, la Vergine, il papa. Non perde occasione
di fare tutti i possibili dispetti ai preti, facendoli cadere sui mezzi
pubblici e rubando loro la borsa. Il 12 aprile 1947, come direttore della
gioventù missionaria, dalla sua setta riceve l'incarico di prepararsi per
parlare in Piazza della Croce Rossa. Il tema è a sua scelta, basta che sia
contro la Chiesa, l'Eucaristia, la Madonna e contro il papa, ovviamente. Per
questo discorso molto impegnativo da tenersi in luogo pubblico occorreva
prepararsi bene, per cui occorreva un luogo tranquillo e la sua casa era il
luogo meno indicato. Allora Bruno propone alla moglie: «Andiamo a Ostia
tutti quanti e lì possiamo stare tranquilli; io mi preparo il discorso per la
festa della Croce Rossa e voi vi divertirete». Ma la moglie non si sente
bene: «No, io non posso venire... Portaci i bambini». È un sabato quel
12 aprile 1947. Pranzano in fretta e verso le 14 papà Bruno parte con i suoi
tre bambini: Isola, di undici anni, Carlo di sette e Gianfranco di quattro.
Giungono alla stazione Ostiense: proprio in quel momento stava partendo il
treno per Ostia. La delusione è grande. Attendere il prossimo treno significa
perdere tempo prezioso e le giornate non sono ancora lunghe. «Beh,
pazienza», cerca di rimediare Bruno per superare il momento di sconforto
suo e dei bambini, «è andato via il treno. Io vi avevo promesso di andare
a Ostia... Vorrà dire che adesso... andremo in un altro posto. Prendiamo il
tram, andiamo a S. Paolo e lì prendiamo il 223 per andare fuori Roma».
Non potevano infatti aspettare un altro treno, perché a quei tempi, essendo
stata bombardata la linea, c'era un treno solo che faceva la spola tra Roma e
Ostia. Il che voleva dire dover aspettare più di un'ora... Prima di uscire
dalla stazione, papà Bruno compra un giornalino per i bambini: si trattava
del Pupazzetto. Quando giungono vicino alle Tre Fontane, Bruno dice ai
bambini: «Scendiamo qua perché anche qui ci sono gli alberi e andiamo su
dove ci sono i padri trappisti che danno il cioccolato». «Sì, sì»,
esclama Carlo, «allora andiamo a mangiare il cioccolato!». «Pure a
me 'a sottolata», ripete il piccolino Gianfranco, che per la sua età
smozzica ancora le parole. Così i bambini corrono felici lungo il viale che
conduce all'abbazia dei padri trappisti. Giunti al vetusto arco medievale,
detto di Carlo Magno, si fermano davanti al negozietto dove si vendono libri
religiosi, guide storiche, corone, immagini, medaglie... e soprattutto
l'ottimo « Cioccolato di Roma», prodotto dai padri trappisti delle
Frattocchie e il liquore di eucalipto distillato nella stessa abbazia delle
Tre Fontane. Bruno acquista tre piccole tavolette di cioccolato per i
piccoli, che generosamente ne conservano un pezzettino, avvolto nella carta
stagnola, per la mamma rimasta a casa. Dopo di che i quattro riprendono il
cammino su un viottolo ripido che li porta al boschetto di eucalipti che
sorge proprio davanti al monastero. Papà Bruno non era nuovo di quel luogo.
Lo aveva frequentato da ragazzo quando, mezzo vagabondo e mezzo abbandonato
dai suoi, vi si rifugiava qualche volta per passarvi la notte in qualche
grotta scavata nella pozzolana di quel terreno vulcanico. Si fermano alla
prima graziosa radura che incontrano, un centinaio di metri dalla strada. «Come
è bello qui!», esclamano i bambini, che vivono in uno scantinato. Hanno
portato la palla con la quale avrebbero dovuto giocare sulla spiaggia di
Ostia. Va benissimo anche qui. C'è anche una piccola grotta e i bambini
cercano di entrare subito all'interno, ma il papà lo proibisce loro
energicamente. Da ciò che aveva visto per terra si era infatti reso subito
conto che anche quell'anfratto era divenuto luogo di convegno delle truppe
alleate... Bruno consegna la palla ai bambini perché giochino mentre lui si
siede sopra un masso con la Bibbia, quella famosa Bibbia su cui aveva scritto
di suo pugno: «Questa sarà la morte della Chiesa cattolica, con il papa
in testa!». Con la Bibbia aveva portato anche un taccuino e una
matita per prendere appunti. Comincia la ricerca dei versetti che gli
sembrano più appropriati per confutare i dogmi della Chiesa, specialmente
quelli mariani dell'Immacolata, dell'Assunzione e della Maternità divina.
Mentre inizia a scrivere, giungono i bambini trafelati: «Papà, abbiamo
perso la palla». «Dove l'avete tirata?». «Dentro i cespugli».
«Andate a cercarla!». I bambini vanno e ritornano: «Papà, eccola la
palla, l'abbiamo trovata». Allora Bruno, prevedendo di essere interrotto
in continuazione nella sua ricerca, dice ai figli: «Beh, sentite, vi
insegno io un gioco, però non mi disturbate più, perché devo prepararmi
questo discorso». Così dicendo, prende la palla e la tira in direzione di
Isola che aveva le spalle rivolte verso la scarpata da dove erano saliti. Ma
la palla, invece di raggiungere Isola, come se avesse un paio di ali, vola
sopra gli alberi e scende verso la strada dove passa l'autobus. «Stavolta
l'ho persa io», dice il papà; «andate a cercarla». Tutti e tre i
bambini scendono alla ricerca. Bruno riprende anche lui la sua «ricerca», con
passione e acredine. Di carattere violento, inclinato alla controversia
perché litigioso per natura e forgiato così dalle vicende della sua
giovinezza, aveva riversato questi atteggiamenti nell'attività della sua
setta, cercando di procurare il maggior numero di proseliti alla sua «nuova
fede». Amante delle disquisizioni, di parola abbastanza facile, autodidatta,
non cessava di predicare, di confutare e di convincere, scagliandosi con
particolare ferocia contro la Chiesa di Roma, contro la Madonna e il papa, a
tal punto che riuscì ad attirare alla sua setta non pochi suoi colleghi
tranvieri. Per la sua puntigliosa serietà, Bruno si preparava sempre prima di
ogni discorso in pubblico. Da qui anche il suo successo. Al mattino di quel
giorno aveva assistito regolarmente al culto «avventista» nel tempio
protestante, dove era uno dei fedeli più assidui. Alla lettura-commento del
sabato, si era particolarmente caricato per attaccare la «Grande Babilonia»,
come era chiamata la Chiesa di Roma che, secondo loro, osava insegnare errori
madornali e assurdità su Maria, ritenendola Immacolata, sempre Vergine e
perfino Madre di Dio. Tutte cose che, secondo loro, la Rivelazione non dice.
2. LA BELLA SIGNORA!
Seduto all'ombra di un eucaliptus, Bruno cerca di
concentrarsi, ma non fa in tempo a mettere per iscritto qualche nota che i
bambini ritornano alla carica: «Papà, papà, non possiamo trovare la palla
che si è persa, perché lì ci sono molti spini e noi siamo scalzi e ci
facciamo male...». «Ma non siete buoni a nulla! Vado io», risponde
papà un po' scocciato. Ma non prima di usare una misura precauzionale.
Infatti fa sedere il piccolo Gianfranco sopra il mucchietto dei vestiti e
delle scarpe che i bambini si erano tolte perché quel giorno faceva molto
caldo. E per farlo stare tranquillo gli mette tra le mani il giornalino
perché guardi le figure. Isola intanto, invece di aiutare papà a cercare la
palla, vuole andare sopra la grotta a raccogliere un po' di fiori per la
mamma. «Va bene, stai attenta però a Gianfranco che è piccolo e potrebbe
farsi male, e non farlo andare vicino alla grotta». «Va bene, ci penso
io», lo rassicura Isola. Papà Bruno prende Carlo con sé e i due scendono
la scarpata, ma la palla non si trova. Per assicurarsi che il piccolo
Gianfranco sia sempre al suo posto, il papà ogni tanto lo chiama e dopo aver
ottenuto risposta, scende sempre più giù nella scarpata. La cosa si ripete
per tre o quattro volte. Ma quando dopo averlo chiamato non ottiene risposta,
preoccupato, Bruno risale di corsa la scarpata con Carlo. Chiama ancora, con
voce sempre più forte: «Gianfranco, Gianfranco, dove sei?», ma il
piccolo non risponde più e non si trova più nel luogo dove lo aveva lasciato.
Sempre più preoccupato, lo cerca fra i cespugli e le rocce, finché l'occhio
gli scappa in direzione di una grotta e vi scorge il piccolo inginocchiato
sul limitare. «Isola, scendi giù!», grida Bruno. Intanto si avvicina
alla grotta: il bambino non solo è inginocchiato ma tiene anche le manine
come in atteggiamento di preghiera e guarda verso l'interno, tutto
sorridente... Sembra bisbigliare qualche cosa... Si avvicina di più al
piccolo e ode distintamente queste parole: «Bella Signora!... Bella
Signora!... Bella Signora!...». «Ripeteva queste parole come una
preghiera, un canto, una lode», ricorda testualmente il padre. «Ma che
dici, Gianfranco?», gli grida Bruno, «che hai?... che vedi?...».
Ma il bimbo, attratto da qualcosa di strano, non risponde, non si scuote,
rimane in quell'atteggiamento e con un sorriso incantevole ripete sempre le
medesime parole. Giunge Isola con un mazzolino di fiori in mano: «Che
vuoi, papà?». Bruno, tra lo stizzito, il meravigliato e lo spaventato,
pensa che sia un gioco di bambini, dato che nessuno in casa aveva insegnato
al piccolo a pregare, non essendo stato neppure battezzato. Così domanda ad
Isola: «Ma gli hai insegnato tu questo gioco della "Bella Signora"?».
«No, papà, io non lo conosco 'sto gioco, non ci ho mai giocato con
Gianfranco». «E come mai dice: "Bella Signora"?». «Non lo so,
papà: forse qualcuno è entrato dentro la grotta». Così dicendo, Isola
scosta i fiori di ginestra che pendevano sull'entrata, guarda dentro, poi si
gira: «Papà, non c'è nessuno!», e fa per andarsene, quando
improvvisamente si ferma, i fiori le cadono dalle mani e anche lei si mette
in ginocchio con le mani giunte, accanto al fratellino. Guarda verso
l'interno della grotta e come lui mormora rapita: «Bella Signora!... Bella
Signora!...». Papà Bruno, stizzito e sconcertato più che mai, non riesce
a spiegarsi il curioso e strano modo di fare dei due, che in ginocchio,
incantati, guardano verso l'interno della grotta, ripetendo sempre le stesse
parole. Comincia a sospettare che lo stiano prendendo in giro. Allora chiama
Carlo che stava ancora cercando la palla: «Carlo, vieni qui. Che fanno
Isola e Gianfranco?... Ma che è questo gioco?... Vi eravate messi
d'accordo?... Senti, Carlo, è tardi, io devo prepararmi per il discorso di
domani, vai pure tu a giocare, basta che non entriate in quella grotta...».
Carlo guarda attonito il papà e gli grida: «Papà, io 'sto gioco non lo so
fare!...», e fa per andarsene anche lui, quando si ferma di scatto, si
gira verso la grotta, unisce le due mani e si inginocchia vicino ad Isola.
Anche lui fissa un punto dentro la grotta e, affascinato, ripete le stesse
parole degli altri due... Il papà allora non ne può più e grida: «E no,
eh?... Questo è troppo, a me non mi prendete in giro. Basta, alzatevi!».
Ma non succede niente. Nessuno dei tre lo ascolta, nessuno si alza. Allora si
accosta a Carlo e: «Carlo, alzati!». Ma quello non si muove e continua
a ripetere: «Bella Signora!...». Allora, con uno dei soliti scatti
d'ira, Bruno prende il bambino per le spalle e cerca di smuoverlo, di
rimetterlo in piedi, ma non ci riesce. «Era come di piombo, come se
pesasse quintali». E qui la collera comincia a lasciare posto alla paura.
Ci riprova, ma con lo stesso risultato. Trepidante, si avvicina alla bambina:
«Isola, alzati, e non fare come Carlo!». Ma Isola non risponde
neppure. Allora cerca di smuoverla, ma nemmeno con lei ci riesce... Guarda
con terrore i visi estatici dei figli, i loro occhi spalancati e lucenti e fa
l'ultimo tentativo con il più piccolo, pensando: "Questo riesco ad alzarlo".
Ma anche lui pesa come marmo, «come colonna di pietra incastrata per terra»,
e non riesce a sollevarlo. Allora esclama: «Ma che cosa succede qui?... Ci
sono delle streghe nella grotta oppure qualche diavolo?...». E il suo
livore contro la Chiesa cattolica lo porta subito a pensare che sia qualche
prete: "Non sarà qualche prete che è entrato dentro la grotta e con
l'ipnotismo mi ipnotizza i bambini?". E grida: «Chiunque tu sia, anche
un prete, vieni fuori!». Silenzio assoluto. Allora Bruno entra deciso
nella grotta con l'intenzione di prendere a pugni lo strano essere (da
militare si era distinto anche come un buon pugile): «Chi c'è qua?»,
grida. Ma la grotta è assolutamente vuota. Esce e prova ancora ad alzare i
bambini con lo stesso risultato di prima. Allora il pover'uomo in preda al
panico sale sull'altura per cercare aiuto: «Aiuto, aiuto, venitemi ad
aiutare!». Ma non vede nessuno e nessuno deve averlo udito. Ritorna
concitato dai bambini che, ancora inginocchiati con le mani giunte,
continuano a dire: « Bella Signora!... Bella Signora!...». Si avvicina
e cerca di smuoverli... Li chiama: «Carlo, Isola, Gianfranco!...», ma
i bambini rimangono immobili. E qui Bruno comincia a piangere: «Che cosa
sarà?... che cosa è successo qui?...». E pieno di paura alza gli occhi e
le mani al cielo, gridando: «Dio salvaci tu!». Appena proferito questo
grido d'aiuto, Bruno vede uscire da dentro la grotta due mani candidissime,
trasparenti, che si avvicinano lentamente verso di lui, gli sfiorano gli
occhi, facendo cadere da essi come delle squame, come un velo che lo
accecava... Sente male... ma poi, all'improvviso i suoi occhi sono invasi da
una luce tale che per qualche istante tutto scompare dinanzi a lui, figli,
grotta... e si sente leggero, etereo, quasi che il suo spirito fosse stato
liberato dalla materia. Nasce dentro di lui una grande gioia, un qualcosa di
completamente nuovo. In quello stato di rapimento non ode più nemmeno i
bambini ripetere la solita esclamazione. Quando Bruno riprende a vedere dopo
quel momento di accecamento luminoso, nota che la grotta si illumina fino a
scomparire, ingoiata da quella luce... Si staglia soltanto un blocco di tufo
e sopra questo, scalza, la figura di una donna avvolta da un alone di luce
dorata, dai tratti di una bellezza celestiale, intraducibile in termini
umani. I suoi capelli sono neri, uniti sul capo e appena sporgenti, tanto
quanto lo consente il manto di color verde-prato che dal capo le scende lungo
i fianchi fino ai piedi. Sotto il manto, una veste candidissima, luminosa,
cinta da una fascia rosa che scende a due lembi, alla sua destra. La statura
sembra essere media, il colore del viso leggermente bruno, l'età apparente
sui venticinque anni. Nella mano destra regge appoggiato al petto un libro
non tanto voluminoso, di colore cinerino, mentre la mano sinistra è
appoggiata sul libro stesso. Il volto della Bella Signora trasluce
un'espressione di benignità materna, soffusa di serena mestizia. «Il mio
primo impulso fu quello di parlare, di alzare un grido, ma sentendomi quasi
immobilizzato nelle mie facoltà, la voce mi moriva in gola», confiderà il
veggente. Nel frattempo in tutta la grotta si era diffuso un soavissimo
profumo floreale. E Bruno commenta: «Anch'io mi ritrovai accanto alle mie
creature, in ginocchio, con le mani giunte». Riecheggiando la veggente di
Lourdes, Bernadette Soubirous, anche lui un giorno si lascerà sfuggire questa
affermazione: «Chi ha avuto l'eccezionale gioia di posare gli occhi sopra
una così celestiale bellezza, non può fare altro che desiderare la morte per
poter godere dì tanta beatitudine in eterno...».
3. «SONO LA VERGINE DELLA
RIVELAZIONE»
A un tratto la Bella Signora incomincia a parlare,
dando inizio a una lunga rivelazione. Si presenta immediatamente: «Sono
colei che sono nella Trinità divina... Sono la Vergine della Rivelazione...
Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell'ovile santo, corte celeste in terra.
Il giuramento di Dio è e rimane immutabile: i nove venerdì del Sacro Cuore
che tu facesti, amorevolmente spinto dalla tua fedele sposa, prima di
iniziare la via dell'errore, ti hanno salvato!». Bruno ricorda che la
voce della Bella Signora era «così melodiosa, sembrava una musica che
entrava dentro gli orecchi; la sua bellezza nemmeno si può spiegare, la luce,
smagliante, qualcosa di straordinario, come se il sole fosse entrato dentro
la grotta». La conversazione è lunga; dura un'ora e venti minuti circa.
Gli argomenti toccati dalla Madonna sono molteplici. Alcuni riguardano
direttamente e personalmente il veggente. Altri riguardano la Chiesa intera,
con un particolare riferimento ai sacerdoti. Poi c'è un messaggio da
consegnare personalmente al papa. A un certo punto la Madonna muove un
braccio, il sinistro, e punta l'indice verso il basso..., indicando qualcosa
ai suoi piedi... Bruno segue con l'occhio il gesto e vede per terra un drappo
nero, una veste talare da prete e accanto una croce spezzata. «Ecco»,
spiega la Vergine, «questo è il segno che la Chiesa soffrirà, sarà
perseguitata, spezzata; questo e il segno che i miei figli si spoglieranno...
Tu, sii forte nella fede!...». La celeste visione non nasconde al
veggente che lo attendono giorni di persecuzione e di prove dolorose, ma che
lei lo avrebbe difeso con la sua materna protezione. Poi Bruno viene invitato
a pregare molto e a far pregare, recitare il rosario quotidiano. E specifica
in particolare tre intenzioni: la conversione dei peccatori, degli
increduli e per l'unità dei cristiani. E gli rivela il valore delle
Ave Maria ripetute nel rosario: «Le Ave Maria che voi dite con fede e con
amore sono tante frecce d'oro che raggiungono il Cuore di Gesù». Gli fa
una bellissima promessa: «Io convertirò i più ostinati con prodigi che
opererò con questa terra di peccato». E per quanto riguarda uno dei suoi
celesti privilegi che il veggente combatteva e che ancora non era stato
definito solennemente dal Magistero della Chiesa (lo sarà tre anni dopo: il
messaggio personale al papa riguardava forse questa proclamazione?...), la
Vergine, con semplicità e chiarezza, gli toglie ogni dubbio: «Il mio corpo
non poteva marcire e non marci. Mio Figlio e gli angeli mi vennero a prendere
al momento del mio trapasso». Con queste parole Maria si presentava anche
come Assunta in Cielo in anima e corpo. Ma occorreva dare al veggente la
certezza che quella esperienza che stava vivendo e che tanto avrebbe inciso
nella sua vita non era una allucinazione o un incantesimo, e tanto meno un
inganno di Satana. Per questo gli dice: «Desidero darti una sicura prova
della divina realtà che stai vivendo perché tu possa escludere ogni altra
motivazione del tuo incontro, compresa quella del nemico infernale, come
molti ti vorranno far credere. E questo è il segno: dovrai andare per le
chiese e per le vie. Per le chiese al primo sacerdote che incontrerai e per
le strade a ogni sacerdote che incontrerai, tu dirai: "Padre, devo
parlarle!". Se costui ti risponderà: "Ave Maria, figliolo, cosa vuoi, pregalo
di fermarsi, perché è quello da me scelto. A lui manifesterai ciò che il
cuore ti dirà e ubbidiscilo; ti indicherà infatti un altro sacerdote con
queste parole: «Quello fa per il caso tuo"». Continuando, la Madonna lo
esorta a essere «prudente, ché la scienza rinnegherà Dio», quindi gli detta
un messaggio segreto da consegnare personalmente alla «Santità del Padre,
supremo pastore della cristianità», accompagnato però da un altro sacerdote
che gli dirà: «Bruno, io mi sento legato a te». «Poi la Madonna», riferisce
il veggente, «mi parla di ciò che sta avvenendo nel mondo, di quello
che succederà nell'avvenire, come va la Chiesa, come va la fede e che gli
uomini non crederanno più... Tante cose che si stanno avverando adesso... Ma
molte cose si dovranno avverare...». E la celeste Signora lo
conforta: «Alcuni a cui tu narrerai questa visione non ti crederanno, ma
non lasciarti deprimere». Al termine dell'incontro, la Madonna fa un
inchino e dice a Bruno: «Sono colei che sono nella Trinità divina. Sono la
Vergine della Rivelazione. Ecco, prima di andare via io ti dico queste
parole: la Rivelazione è la Parola di Dio, questa Rivelazione parla di me.
Ecco perché ho dato questo titolo: Vergine della Rivelazione». Poi fa
alcuni passi, si gira ed entra dentro la parete della grotta. Termina allora
quella grande luce e si vede la Vergine che si allontana lentamente. La
direzione presa, andando via, è verso la basilica di S. Pietro. Carlo è il
primo a riaversi e grida: «Papà, si vede ancora il manto verde, il vestito
verde!», ed entrando di corsa nella grotta: «Io la vado a prendere!».
Si trova invece a sbattere contro la roccia e comincia a piangere, perché ha
urtato le mani contro di essa. Poi tutti riprendono i sensi. Per qualche
attimo rimangono sbalorditi e silenziosi. «Povero papà», ha scritto
tempo dopo Isola nel suo quaderno di ricordi; «quando la Madonna se ne è
andata, era pallido e noi stavamo attorno a lui a chiedergli: "Ma chi era
quella Bella Signora? Che ha detto?". Egli ci ha risposto: "La Madonna! Dopo
vi dirò tutto"». Ancora sotto shock, Bruno molto saggiamente domanda
separatamente ai bambini, cominciando da Isola: «Tu, cosa hai visto?».
La risposta corrisponde esattamente a ciò che ha visto lui. La stessa cosa
risponde Carlo. Il più piccolo, Gianfranco, non conoscendo ancora il nome dei
colori, dice soltanto che la Signora aveva un libro in mano per fare i
compiti e... masticava la gomma americana... Da questa espressione, Bruno si
rende conto che lui solo aveva inteso ciò che la Madonna aveva detto, e che i
bambini avevano avvertito soltanto il movimento delle labbra. Allora dice
loro: «Beh, facciamo una cosa: puliamo dentro la grotta perché quello che
abbiamo visto è qualcosa di grande... Però non lo so. Adesso stiamo zitti e
puliamo dentro la grotta». È sempre lui che racconta: «Si prendono
tutte quelle porcherie e si gettano dentro i cespugli di spine... ed ecco che
la palla, andata nella scarpata verso la strada dove si ferma l'autobus 223,
improvvisamente riappare dove noi avevamo pulito, dove c'erano tutte quelle
porcherie di peccato. La palla è lì, per terra. Io la prendo, la metto sopra
quel taccuino dove io avevo scritto i primi appunti, ma non ero riuscito a
terminare ogni cosa. «All'improvviso, tutta quella terra che noi
abbiamo pulito, tutta quella polvere che abbiamo innalzato, profumava. Che
profumo! Tutta la grotta... Toccavi le pareti: profumo; toccavi per terra:
profumo; ti allontanavi: profumo. Insomma, ogni cosa lì profumava. Io mi
asciugavo gli occhi dalle lacrime che mi scendevano e i bambini contenti,
gridavano: "Abbiamo visto la Bella Signora!"». «Beh!... come già vi ho detto,
stiamo zitti, per ora non diciamo nulla!», ricorda il papà ai bambini.
Poi si siede su un masso fuori dalla grotta e mette per iscritto
frettolosamente quanto gli è accaduto, fissa le sue prime impressioni a
caldo, ma terminerà a casa il lavoro completo. Ai bambini che lo stanno
guardando dice: «Vedete, papà vi ha sempre detto che dentro quel
tabernacolo cattolico non c'era Gesù, che era una bugia, un'invenzione dei
preti; adesso vi faccio vedere dove sta. Andiamo giù!». Tutti si
rimettono i vestiti tolti per il caldo e per giocare e si dirigono verso
l'abbazia dei padri trappisti. Ma prima di lasciare la grotta, Bruno toglie
di tasca il suo temperino e con quello incide sulla parete esterna queste
parole: «In questa grotta, il 12 aprile 1947, la Vergine della
Rivelazione è apparsa al protestante Bruno Cornacchiola e ai suoi figli».
4. QUELL’AVE MARIA DI
ISOLA
Il gruppetto scende dalla collina degli eucaliptus
ed entra nella chiesa dell'abbazia. Tutti si mettono in ginocchio al primo
banco che trovano a destra. Dopo un momento di silenzio, il papà spiega ai
bambini: «La Bella Signora della grotta ci ha detto che qui c'è Gesù. Io
prima vi insegnavo di non credere a ciò e vi proibivo di pregare. Gesù sta là
dentro, in quella casina. Ora vi dico: preghiamo! Adoriamo il Signore!».
Interviene Isola: «Papà, già che dici che questa è la verità, che
preghiera facciamo?». «Figlia mia, non saprei...». «Diciamo un
'Ave Maria», riprende la piccola. «Guarda che io l'Ave Maria non me la
ricordo». «Ma io sì, papà!». «Come tu? E chi te l'ha insegnata?».
«Quando mi mandavi a scuola e mi facevi il biglietto perché lo consegnassi
alla maestra e fossi così esentata dall'ora di catechismo, ebbene, la prima
volta gliel'ho dato, ma poi non lo feci più perché mi vergognavo, così sono
rimasta sempre e allora ho imparato l'Ave Maria». «Ebbene, dilla
tu..., piano piano, così pure noi ti veniamo appresso». Allora la bambina
inizia: Ave Maria, piena di grazia... E gli altri tre: Ave,
Maria, piena di grazia... E così fino all'Amen finale. Dopo di che escono e
rifanno il tragitto verso casa. «Mi raccomando, bambini, quando arriviamo
a casa, non dite nulla, stiamo zitti, perché prima devo pensarci sopra, devo
trovare una cosa che quella Signora, la Bella Signora mi ha detto!», dice
Bruno ai figli. «Va bene, papà, va bene», promettono. Ma, scendendo i
gradini (perché abitavano nell'interrato) i bambini cominciano a gridare ai
loro amici e amichette: «Abbiamo visto la Bella Signora, abbiamo visto la
Bella Signora!». Tutti si affacciano, anche la moglie. Bruno, sorpreso,
cerca di rimediare: «Su, entriamo dentro... su, su, non è successo niente»,
e chiude la porta. Di quei momenti il veggente annota: «Ero sempre
nervoso... In quel momento cercavo di stare più calmo possibile... Sono
sempre stato un tipo manesco, un tipo ribelle e questa volta dovevo ingoiare,
dovevo sopportare...». Ma lasciamo raccontare questa scena ad Isola che,
in tutta semplicità, scrisse nel suo quaderno: «Appena arrivammo a casa,
mamma ci venne incontro e, vedendo papà pallido e commosso, gli domandò:
"Bruno, che hai fatto? Che ti è successo?". Papà, quasi piangendo, disse a
noi: "Andate a letto!", e così mamma ci fece addormentare. Io però fingevo di
dormire e vidi papà che si avvicinava a mamma e le diceva: "Abbiamo visto la
Madonna, io ti chiedo perdono che ti ho fatto soffrire, Jolanda. Sai dire il
rosario?". E mia madre rispose: "Non lo ricordo bene", e si
inginocchiarono per pregare». Dopo questa descrizione della figlia Isola,
ascoltiamo quella del protagonista diretto: «Allora, siccome a mia moglie
ne ho fatte tante, perché la tradivo, facevo peccati, la picchiavo, eccetera,
pensate che l’11 aprile, pur essendo protestante, non gli si dice: Puoi fare
questo, puoi fare quest'altro, questo è peccato, non si dice: Ci sono i dieci
comandamenti. Ebbene, quell'11 sera io non avevo dormito a casa, ma avevo
passato la notte, diciamo la verità, con l'amica mia... La Vergine poi mi ha
dato il pentimento. Allora, ricordando tutte queste cose, mi inginocchio
davanti a mia moglie, in cucina, i bambini stavano in camera e
inginocchiandomi io, lei pure si inginocchia: "Come?, tu ti inginocchi
davanti a me? Io mi sono sempre inginocchiata quando tu mi picchiavi, per
dire basta, ti chiedevo perdono di cose che io non avevo fatte"... «Allora
io dico: "Adesso ti chiedo perdono di quello che ho fatto, del male, di tutto
quello che ti ho fatto contro di te, fisicamente. Io ti chiedo perdono,
perché quello che hanno detto i bambini, adesso non diciamo niente, però
quello che hanno detto i bambini è vero... Io ti ho insegnato tante cose
cattive, ho parlato contro l'Eucaristia, contro la Madonna, contro il papa,
contro i sacerdoti e i sacramenti... Ora non so che cosa sia avvenuto..., mi
sento cambiato..."». Poi i due si sforzano di ricordare come si recita il
rosario (non lo avevano mai recitato) e giungono al mattino.
5. LA PROMESSA SI AVVERA
Ma da quel giorno la vita di Bruno divenne
un'angoscia. Lo sbalordimento causatogli dalla prodigiosa apparizione non
accennava a diminuire e lo si notava visibilmente scosso. Era tormentato
nell'attesa che si realizzasse quel segno promessogli dalla Vergine come
conferma di tutto. Ora non era più protestante, né intendeva mettere più
piede nel loro «tempio» e tuttavia non era ancora cattolico, mancandogli
l'abiura e la confessione. Per di più, dato che la Madonna gli aveva dato
l'ordine di rivolgere la parola ai vari sacerdoti che avrebbe incontrato, sia
per strada, sia nella chiesa dove sarebbe entrato, Bruno sul tram, a ogni
sacerdote a cui faceva il biglietto diceva: «Padre, devo parlarle». Se
quello gli rispondeva: «Che vuoi? Dimmi pure», Bruno gli rispondeva: «No
no, ho sbagliato, non è lei... Scusi, sa». Di fronte a questa risposta
del bigliettaio, qualche prete rimaneva calmo e se ne andava, ma qualcun
altro ribatteva: «Chi vuole prendere in giro?». «Ma guardi che non
è una presa in giro: è una cosa che io sento!», cercava di scusarsi
Bruno. E questa continua attesa e relativa delusione, per non dire
frustrazione, aveva intaccato non solo il morale ma anche la salute del
veggente, a tal punto che con il passare dei giorni si sentiva sempre più
male e non andava più al lavoro. E la moglie a domandargli: «Ma che ti
succede? Stai dimagrendo!». Effettivamente Jolanda aveva notato che i
fazzoletti del marito erano pieni di sangue sputato, «dal dolore, dalla
sofferenza», spiegherà poi lo stesso Bruno, «perché venivano a casa i
"compagni" e mi dicevano: "Ma come, non vieni più a trovarci? Come mai?"». Al
che lui rispondeva: «Ho una cosa che... Verrò più tardi». Anche il
Pastore si faceva vedere: «Ma come? Non vieni più alla riunione? Come mai,
che cosa è successo?». Con pazienza, la solita risposta: «Lasciatemi
stare: sto riflettendo su qualche cosa che mi deve avvenire, sto aspettando».
Era una attesa snervante che non poteva non insinuare un sottile timore: "E
se non fosse stato vero? E se mi fossi sbagliato?". Ripensava però al modo
con cui si era verificato il fatto, ai bambini che anch'essi avevano visto
(anzi, prima di lui), al misterioso profumo avvertito da tutti... E poi il
cambiamento improvviso della sua vita...: ora riamava quella Chiesa che aveva
tradito e tanto combattuta, anzi, non l'aveva amata mai come adesso. Il suo
cuore, prima pieno di odio verso la Madonna, ora si inteneriva al ricordo
dolcissimo di colei che gli si era presentata come «Vergine della
Rivelazione». E si sentiva così misteriosamente attratto verso quella piccola
grotta nel boschetto delle Tre Fontane che, appena poteva, ritornava lassù. E
lassù percepiva di nuovo l'ondata del profumo misterioso che, in qualche
modo, gli rinnovava la dolcezza di quell'incontro con la Vergine. Una sera,
qualche giorno dopo quel 12 aprile, si trovava in servizio proprio
sull'autobus 223 che passa alle Tre Fontane, vicino al bosco della grotta.
Proprio in quel punto l'autobus si guasta e resta immobile sulla strada. In
attesa dei soccorsi, Bruno vorrebbe approfittare per correre alla grotta, ma
non può abbandonare il mezzo. Vede alcune bambine, le avvicina: «Andate
lassù, nella prima grotta: ci sono due grossi sassi, andate a metterci i
fiori, perché li è apparsa la Madonna! Su, andate, bambine». Ma il
conflitto interiore non accennava a placarsi, finché un giorno la moglie,
vedendolo in quello stato pietoso, gli domanda: «Ma dimmi, che cosa c'è?».
«Guarda», le risponde Bruno, «sono tanti giorni e adesso siamo al
28 aprile. Dunque sono sedici giorni che io aspetto di incontrare un
sacerdote e non lo trovo». «Ma, sei stato in parrocchia? Può darsi che
lì lo troverai», lo consiglia la moglie, nella sua semplicità e
buonsenso. E Bruno: «No, in parrocchia non ci sono stato». «Ma vai,
può darsi che là troverai un sacerdote...». Sappiamo dal veggente stesso
perché non era andato prima in parrocchia. Era là infatti che ogni domenica
ingaggiava le sue battaglie religiose quando i fedeli uscivano da messa,
tanto che i preti lo cacciavano via e lo chiamavano il nemico numero uno
della parrocchia. E così, accogliendo il consiglio della moglie, un mattino
presto, Bruno esce di casa, traballando a causa del suo malessere, e si porta
alla chiesa della sua parrocchia, la chiesa di Ognissanti, sull'Appia Nuova.
Si mette vicino alla sacrestia e attende davanti a un grande crocifisso.
Ormai all'estremo della esasperazione, il pover'uomo si rivolge al crocifisso
che ha di fronte: «Guarda che se non incontro il prete, il primo che
sbatto per terra sei tu e ti faccio a pezzi, come ti ho fatto a pezzi prima»,
e attende. Ma c'era di peggio. L'esasperazione e il deperimento psicofisico
di Bruno erano giunti veramente al limite estremo. Infatti prima di uscire di
casa aveva preso una decisione terribile. Era andato a scovare il famoso
pugnale comperato a Toledo per uccidere il papa, se lo era messo sotto la
giacca e aveva detto alla moglie: «Guarda, io vado: se non incontro il
sacerdote, se io ritorno e mi vedi con il pugnale in mano, stai pure sicura
che muori tu, i bambini e poi mi uccido, perché non ne posso più, perché non
posso più vivere così». A dire il vero, quella del suicidio era un'idea
che era cominciata a farsi strada ogni giorno di più nella sua mente.
Talvolta si sentì spinto perfino a gettarsi sotto un tram... Gli sembrava di
essere più malvagio di quando faceva parte della setta dei protestanti...
Effettivamente stava per impazzire. Se non era ancora giunto a questo, era
perché qualche notte riusciva ad arrivare alla grotta a piangere e a dire
alla Vergine che gli venisse in aiuto. Accanto a quel crocifisso Bruno
attende. Passa un sacerdote: "Lo interrogo?", si domanda; Ma qualcosa nel suo
interno gli dice che non è quello. E si gira per non farsi vedere. Passa un
secondo...,la stessa cosa. Ed ecco che dalla sacrestia esce un giovane
sacerdote, piuttosto frettoloso, con la cotta... Bruno sente un impulso
interiore, come se fosse spinto verso di lui. Lo prende per la manica della
cotta e grida: «Padre, devo parlarle!». «Ave Maria, figliolo,
cosa c'è?». Sentendo quelle parole Bruno ha come un sussulto di gioia
e dice: «Io aspettavo queste parole che lei mi doveva dire: "Ave Maria,
figliolo!". Ecco, io sono protestante e vorrei farmi cattolico». «Guarda,
vedi quel sacerdote dentro la sacrestia?». «Sì, padre». «Vai da lui: quello
fa al caso tuo». Quel sacerdote è don Gilberto Carniel, il quale aveva
già istruito altri protestanti desiderosi di farsi cattolici. Bruno gli si
accosta e gli dice: «Padre, io devo dirle qualcosa che mi è successo...».
E si inginocchia davanti a quel sacerdote che qualche anno prima aveva
brutalmente cacciato da casa sua in occasione della benedizione pasquale. Don
Gilberto ascolta tutto il racconto e poi gli dice: «Adesso devi fare
l'abiura e io ti devo preparare». E così il sacerdote cominciò ad andare
a casa sua per preparare lui e sua moglie. Bruno, che ha visto realizzarsi in
pieno le parole della Vergine, ora è tranquillo e felicissimo. La prima
conferma era stata data. Ora mancava la seconda. Vengono fissate le date: il
7 maggio sarà il giorno dell'abiura e l'8 il rientro ufficiale nella Chiesa
cattolica, in parrocchia. Ma il martedì 6 maggio Bruno fa di tutto per
trovare il tempo per correre alla grotta a invocare l'aiuto della Madonna e
forse con il desiderio profondo di rivederla. Si sa, chi ha visto la Madonna
una volta, si strugge dal desiderio di vederla ancora... E una nostalgia di
cui non ci si libera più per tutta la vita. Giunto lassù, cade in ginocchio
nel ricordo e nella preghiera a colei che ventiquattro giorni prima si era
degnata di apparirgli. E il prodigio si rinnova. La grotta si illumina di una
luce abbagliante e nella luce appare la soave figura celestiale della Madre
di Dio. Non dice nulla. Lo guarda soltanto e gli sorride... E quel sorriso è
la prova più grande del suo compiacimento. Anche lei è contenta. Ogni parola
avrebbe rotto l'incanto di quel sorriso. E con il sorriso della Vergine si
trova la forza di compiere qualsiasi passo, in piena sicurezza, costi quello
che costi, e ogni timore scompare. Il giorno dopo, nella loro modesta
abitazione, Bruno e Jolanda Cornacchiola, confessati i propri peccati,
abiurano. Ecco come a distanza di anni il veggente ricorda quella data: «Il
giorno 8, proprio il giorno 8 maggio, c'era grande festa in parrocchia. Vi è
pure padre Rotondi a fare un discorso dentro la chiesa di Ognissanti e là,
dopo che io e mia moglie abbiamo firmato il giorno 7 la pergamena, entriamo
finalmente nella Chiesa io, mia moglie e i bambini. Isola fa la cresima
perché era già stata battezzata, l'aveva battezzata mia moglie quando io ero
in Spagna. Carlo l'ha battezzato di nascosto, ma Gianfranco che aveva quattro
anni, riceve il battesimo. Così entra dentro di noi la gioia che io aspettavo».
6. IL SECONDO SEGNO
Bruno Cornacchiola frequenta ormai abitualmente la
chiesa di Ognissanti. Non tutti però sanno del fatto che ha spinto l'ex
protestante a ritornare alla Chiesa cattolica, e quei pochi che ne sono a
conoscenza sono molto prudenti nel parlarne, per evitare chiacchiere
inopportune e false interpretazioni. A uno di questi, don Mario Sfoggia,
Bruno si è particolarmente legato e così lo ha messo al corrente
dell'avvenimento prodigioso del 12 aprile e della nuova apparizione del 6
maggio. Il sacerdote, benché giovane, è prudente. Si rende conto che non sta
a lui decidere se le cose sono vere o se si tratta di allucinazioni. Mantiene
il segreto e invita il veggente a pregare molto per avere la grazia di
perseverare nella nuova vita e per essere illuminato riguardo ai segni
promessi. Un giorno, 21 o 22 maggio, don Mario manifesta a Bruno il desiderio
di recarsi anche lui alla grotta: «Senti», gli dice, «io voglio
venire con te a recitare il rosario, in quel posto dove tu hai visto la
Madonna». «Va bene, ci andiamo il 23, sono libero». E l'invito viene
esteso anche a un giovane che frequenta le associazioni cattoliche della
parrocchia, Luciano Gatti, che però ignora il fatto della apparizione e il
vero motivo di quell'invito. Giunta l'ora dell'appuntamento, Luciano non si
fa vedere e allora, presi dall'impazienza, don Mario e Bruno partono senza
aspettarlo. Giunti alla grotta, i due si inginocchiano vicino al sasso dove
la Madonna aveva appoggiato i piedi e cominciano la recita del rosario. Il
sacerdote, pur rispondendo alle Ave Maria, guarda con attenzione l'amico per
scrutarne i sentimenti e qualsiasi espressione particolare affiorasse sul suo
viso. E venerdì, per cui recitano i «misteri dolorosi». Terminati i quali,
don Mario invita il veggente a recitare il rosario intero. Proposta
accettata. Al secondo «mistero gaudioso», la Visitazione di Maria a santa
Elisabetta, don Mario prega la Madonna nel suo cuore: «Visitateci,
illuminateci! Che si sappia la verità, che non siamo ingannati!». Ora è
il sacerdote che intona le Ave Maria. Bruno risponde regolarmente alle prime
due del mistero della visitazione, ma alla terza non risponde più! Allora don
Mario vuole girare il capo verso destra per vederlo meglio e rendersi conto
perché non risponda più. Ma mentre sta per farlo, viene investito come da una
scarica elettrica che lo immobilizza, rendendolo incapace di ogni minimo
movimento... Il cuore è come se gli salisse in gola, dandogli un senso di
soffocamento... Sente Bruno che mormora: «Quant'è bella!... Quant'è
bella!... Ma è grigio, non è nero...». Don Mario, pur non vedendo nulla,
sente una presenza misteriosa. Poi confiderà: «La fisionomia del veggente
era calma, il portamento naturale e nessuna traccia si scorgeva in lui di
esaltazione o di malattia. Tutto indicava uno spirito lucido in un corpo
normale e sano. Qualche volta muoveva leggermente le labbra e dall’insieme si
comprendeva che un Essere misterioso lo rapiva. Ed ecco che don Mario, che
era rimasto come paralizzato, si sente scuotere: «Don Mario, è rivenuta!».
E Bruno che gli parla, pieno di gioia. Ora appare pallidissimo e trasformato
da un'intensa emozione. Gli racconta che durante la visione la Madonna aveva
posto le sue mani sul capo a tutti e due e poi se n'era andata, lasciando un
profumo intenso. Profumo che perdura e che percepisce anche don Mario, che
quasi incredulo dice: « Qui..., questo profumo ce l'hai messo tu». Poi
entra di nuovo nella grotta, esce fuori e odora Bruno..., ma Bruno non ha
alcun profumo addosso. In quel momento giunge Luciano Gatti, tutto ansimante,
alla ricerca dei suoi due compagni che erano partiti senza aspettarlo. Allora
il sacerdote gli dice: «Vai dentro alla grotta..., senti...: mi dici
quello che provi?». Il giovane entra nella grotta ed esclama
immediatamente: «Che profumo! Che avete messo qua, le bottigliette di
profumo?». «No», grida don Mario, «è apparsa la Madonna nella grotta!».
Poi entusiasta, abbraccia Bruno e gli dice: «Bruno, mi sento legato a te!».
A queste parole il veggente ha come un sussulto e pieno di gioia riabbraccia
don Mario. Quelle parole pronunciate dal sacerdote erano il segno che la
Madonna gli aveva dato per indicargli che sarebbe stato colui che lo avrebbe
accompagnato dal papa per consegnargli il messaggio. La Bella Signora aveva
realizzato tutte le sue promesse riguardo ai segnali. Probabilmente l'avere
don Mario rivelato in quella occasione a Luciano Gatti i fatti delle
apparizioni, contribuì a innescare tutto un processo di divulgazione, finché
la notizia giunse anche alle orecchie dei giornalisti e quindi in questura,
nonché, come era ovvio, al vicariato di Roma.
7. «ERA DE CICCIA!...»
In quel venerdì 30 maggio, Bruno dopo avere
lavorato tutto il giorno si sentiva stanco, ma la grotta continuava a
esercitare su di lui un fascinoso e irresistibile richiamo. Quella sera si
sentiva particolarmente attratto, per cui vi si recò per recitare il rosario.
Entra nella grotta e comincia a pregare tutto solo. E la Madonna gli appare
facendosi precedere da quella sua luce abbagliante e visibile nello stesso
tempo. Questa volta gli affida un messaggio da portare: «Va’ dalle mie
dilette figlie, le Maestre Pie Filippine, e dì loro che preghino molto per
gli increduli e per l’incredulità del loro rione». Il veggente vuole
portare subito a termine l'ambasciata della Vergine ma non conosce queste
suore, non saprebbe proprio dove rintracciarle. Mentre scende, incontra una
donna alla quale domanda: «Ma che, c'è un convento di suore qui vicino?».
«C'è lì la scuola delle Maestre Pie», gli risponde la donna. In effetti,
in una di quelle case solitarie, proprio sul ciglio della strada, da trent'anni
si erano stabilite queste suore su invito di papa Benedetto XV, aprendo una
scuola per i figli dei contadini di quella zona suburbana. Bruno suona alla
porta..., ma nessuno risponde. Nonostante i ripetuti tentativi, la casa
rimane silenziosa e nessuno apre la porta. Le suore sono ancora sotto il
terrore del periodo di occupazione tedesca e del successivo movimento delle
truppe alleate, e non si avventurano più a rispondere né tanto meno ad aprire
la porta appena è calata la sera. Ora sono le 21. Bruno è costretto a
rinunciare per quella sera a trasmettere il messaggio alle religiose e se ne
ritorna a casa con l'animo inondato di grande gioia che trasfonde in
famiglia: «Jolanda, bambini, ho rivisto la Madonna!». La moglie piange
di commozione e i bambini, battendo le mani: «Papà, papà, riportaci alla
grotta! La vogliamo rivedere pure noi!». Ma un giorno, andando alla
grotta, viene preso da un grande senso di tristezza e di delusione. Da alcuni
segni si rende conto che essa è tornata a essere luogo di peccato.
Amareggiato, Bruno scrive su un foglio questo appello accorato e lo lascia
nella grotta: «Non profanate questa grotta con il peccato impuro! Chi
fu creatura infelice nel mondo del peccato, rovesci le sue pene ai piedi
della Vergine della Rivelazione, confessi i suoi peccati e beva a questa
fonte di misericordia. È Maria la dolce madre di tutti i peccatori. Ecco che
cosa ha fatto per me peccatore. Militante nelle file di Satana nella setta
protestante avventista, ero nemico della Chiesa e della Vergine. Qui il 12
aprile a me e ai miei bambini è apparsa la Vergine della Rivelazione,
dicendomi di rientrare nella Chiesa cattolica, apostolica, romana, con segni
e rivelazioni che lei stessa mi ha manifestato. L'infinita misericordia di
Dio ha vinto questo nemico che ora ai suoi piedi implora perdono e pietà.
Amatela, Maria è la dolce madre nostra. Amate la Chiesa con i suoi figli!
Ella è il manto che ci copre nell'inferno che si scatena nel mondo. Pregate
molto e allontanate i vizi della carne. Pregate!». Appende questo
foglio a una pietra, all'ingresso della grotta. Non sappiamo quale possa
essere stato l'impatto suscitato da questo appello in coloro che si recarono
alla grotta per peccare. Di sicuro sappiamo però che quel foglio finì in
seguito sul tavolo del commissariato di polizia di S. Paolo. Ecco perché ne
possediamo il testo esatto. Il primo giornale che pubblicò la notizia
dell'apparizione, sia pure con un punto interrogativo, fu il Giornale
d’Italia nella sua rubrica «Ultimissime», del 31 maggio dello stesso anno con
titoli e sottotitoli, a quattro colonne. L'articolo cominciava così: «Visione
miracolosa alle 3 Fontane? Un pastore protestante vede la Madonna e con la
famiglia si converte al cattolicesimo. Una grande folla di popolo, in devoto
pellegrinaggio sul luogo del miracolo». Leggendo queste frasi, ci rendiamo
conto ancora una volta della fantasia dei giornalisti che, qualche volta,
come in questo caso, diventa anticipazione. Infatti per quella data non si
poteva ancora parlare di «grande folla di popolo in devoto pellegrinaggio»,
ma la cosa si verificherà in seguito. Le prime voci erano state portate al
giornale da un redattore de Il Popolo, il dottor Guido Mari, che indicava il
commissariato di S. Paolo come una buona fonte cui attingere al riguardo. Un
giornalista vi si precipitò ed ebbe la prima conferma del fatto. Un
brigadiere infatti aveva sequestrato il foglio manoscritto appeso all'esterno
della grotta e, dopo averne fatta una copia, aveva spedito l'originale al
commissariato di polizia di S. Paolo. Come succede in questi casi, il
commissariato provvide subito a fare rintracciare quel Bruno Cornacchiola
autore del foglio e lo convocò assieme ai suoi tre figli. L'interrogatorio
dei bambini si svolse a lungo e separatamente, perché al funzionario premeva,
prima di tutto, appurare se essi fossero stati influenzati dal padre nel
dichiarare di avere visto, uno alla volta, la Madonna. Ma, benché egli
cercasse di confondere e ingarbugliare la matassa, la risposta singola dei
piccoli era sempre la stessa, pronta e limpida. Ciascuno per conto suo aveva
«veduto», prima Gianfranco, poi Isola, quindi Carlo e per ultimo il papà, il
quale dinanzi alla visione celestiale, caduto in ginocchio, era rimasto in
ascolto per oltre un'ora. Verbalizzate queste dichiarazioni, il commissario
minacciò severe ammonizioni se Bruno avesse dichiarato il falso. Comunque
dopo avere indagato il più possibile, dovette convincersi che il veggente con
i figli erano tutti almeno in buona fede e sinceri. Inoltre, apparivano tutti
sani di mente, per cui non prese alcun provvedimento negativo, né tanto meno
impedì loro di tornare alla grotta. Anzi promise a Bruno che avrebbe mandato
alla località Tre Fontane due guardie per un quotidiano servizio di ordine.
Il 10 di giugno, il Messaggero, il più grande quotidiano di Roma, pubblicava
un lungo articolo su due colonne, adducendo numerosi elementi comprobanti
l'impressione che il fatto poteva essere autentico. In modi meno esatti si
espressero altri giornali, frammischiando, come sempre, verità con
fantastiche elucubrazioni. L'effetto di queste pubblicazioni fu quello di
avviare l'affluenza della gente sul luogo dell'apparizione. Alcune donne
raccontavano alla grotta quanto avevano udito dalla bocca stessa del
«tranviere» con il quale si erano incontrate quando egli veniva a pregare.
Naturalmente il passaggio del racconto da una bocca all'altra subiva
alterazioni: chi ne aggiungeva del suo, chi ci ricamava sopra a proprio gusto
e piacimento, ma la sostanza non cambiava: si trattava della visione di una
Bella Signora, con tunica bianca, fascia rosa, manto verde, un libro in mano,
i capelli neri e un intenso profumo che alcuni asserivano sprigionarsi
tuttora dai frammenti del sasso dove la Vergine si era posata e che erano
stati portati a casa per devozione. Il 3 giugno fu posata su quel sasso,
nella grotta, una prima piccola statua in gesso della Madonna, a sostituire
tutta una collezione di immaginette di vari santi che una devozione poco
illuminata di qualcuno vi aveva collocato e che nulla aveva a che fare con
l'apparizione della Madonna. Poi fiori e candele ricoprirono quei sassi e la
grotta divenne luogo di raccoglimento e di preghiera. Vennero anche i primi
malati e si parlò delle prime guarigioni prodigiose. Dopo l'interrogatorio in
questura, Bruno e famiglia vennero chiamati anche dal vicariato di Roma.
Prima vengono sentiti i bambini, uno alla volta, in giorni diversi, poi la
moglie e alla fine il veggente principale. Gli dicono: «Abbiamo
interrogato i bambini, sua moglie; vediamo adesso quello che ci racconta
lei». «Ma io non ho niente da raccontare». «Ma noi l'abbiamo chiamata perché
lei ci faccia conoscere i fatti». «Ah, beh, allora qui è un altro discorso».
Bruno espone l'accaduto, al termine del quale gli viene chiesto: «Ma ha
pensato se non fosse per caso il demonio?». «Beh, me lo fate pensare voi,
però se fosse il demonio ci sarebbe da mettere in chiaro due cose». «Quali
cose?». «Se è il demonio che mi ha mandato a voi, le cose sono veramente due:
se lui mi ha mandato a voi e voi siete la verità, vuole dire allora che il
demonio si è convertito. Se il demonio non si è convertito e mi ha mandato da
voi, vuole dire che voi siete d'accordo con lui. Adesso tirate voi la linea e
pensateci voi. Se siete nella verità chiudete, se non siete nella verità
state zitti, perché la verità è quella che mi ha detto la Vergine, come vi ho
spiegato, che ho visto, perché la Vergine mi ha detto di ubbidire alla
Chiesa». Dopo avere trascritto la versione di Bruno Cornacchiola,
registriamo ora quella di alcuni componenti del vicariato. Ecco che cosa
ricorda a distanza di anni mons. Giaquinta, uno dei tre principali incaricati
dell'interrogatorio: «Quando è avvenuta l'apparizione alle Tre Fontane, a
Roma si è prodotto subito un certo movimento e allora noi - adesso non so,
non ricordo se noi abbiamo avuto l'iniziativa oppure il Santo Uffizio ce l'ha
indicato - abbiamo chiamato Bruno Cornacchiola che venisse in vicariato a
parlare con noi, a parlarci di questo fatto di cui ormai i giornali e la
gente parlavano. E così abbiamo incontrato Bruno e i suoi figli per me
personalmente, devo distinguere le testimonianze di Bruno da quella di
Gianfranco (il piccolo di quattro anni). Bruno ha raccontato un po' tutta la
storia, che indubbiamente era molto interessante, molto accattivante,
soprattutto per il contrasto tra il prima e il dopo, il Bruno Cornacchiola
prima dell'apparizione e dopo l'apparizione. Però tutto questo poteva essere
una favola. Quando abbiamo incominciato a interrogare i bambini, ripeto, non
ricordo tanto quello che gli altri hanno detto ma quello che il bambino più
piccolo, di quattro anni, diceva. Intanto era un problema grosso
l'interrogarlo. Premetto che noi eravamo tre: mons. Mattioli che era il
giudice, io promotore di giustizia, giustamente detto l'avvocato del diavolo,
e poi il cancelliere. Ma l'interrogatorio di un bambino di quattro anni nelle
forme richieste non si può fare. E questo bambino infatti non ci stava:
correva qua e là. La cosa più ridicola era che mons. Mattioli, il giudice, un
uomo ormai di una certa età, mio superiore, gli correva appresso con le
caramelle e così, dandogli le caramelle, quando lui si fermava a prenderle
per mangiarle, gli faceva qualche domanda e quella che mi è rimasta più
impressa e: "Prima che cosa hai visto?" "Ho visto una donna". "E, come era
questa donna?". "Bella! "Ma, come noi?". "No, bella, più bella!". Ecco,
questo a me ha fatto molto pensare, perché un bambino di quattro anni certe
cose o le vive o non le dice, non se le può inventare. Quindi il giudizio mio
personale che io, sin da allora, diedi, era di credibilità appunto,
soprattutto per la testimonianza ingenua, infantile di quel bambino».
Interessantissima anche la deposizione di mons. Cecchi: Io facevo il
cancelliere, quindi dovevo scrivere tutto quello che veniva detto dalle
persone che venivano interrogate. Il presidente del tribunale Mattioli
dettava e io quindi scrivevo soltanto tutto quello che veniva appunto detto
nell'interrogazione. E fu interrogato Bruno Cornacchiola, nessuno ricorda
quante volte, ma certamente più di una volta, perché si volevano tutti i
particolari del caso e poi si era giunti a interrogare i bambini, e
interrogare i bambini era un po' un problemaccio, perché farli stare fermi,
farli rispondere a tono alle domande che si facevano, cercare di far capire
quello che noi volevamo sapere, qualche volta rispondevano un po' così, a
vanvera. Insomma: allora si insisteva fino a che i bambini fossero più
precisi nel riferire quanto avevano visto. C'era il bambino Gianfranco: "Di'
un po': ma com'era quella statua là?". Dice: "Ma, no, macché! Era de ciccia!.
Un'espressione così meravigliosa per dire: "Ma che statua! Era proprio di
carne ed ossa!". Questa definizione vuol dire che è autentica apparizione».
8. LA CONVERSIONE COSTA
Con l'afflusso dei fedeli alla grotta iniziarono
anche le reazioni contrarie, specialmente da parte del clero. Un mattino, un
cartello stampato, inchiodato di notte all'ingresso della grotta stessa,
invitava i fedeli a non prestare fede ai fatti prima del giudizio
dell'autorità ecclesiastica. Il parroco della vicina parrocchia rurale della
«Montagnola» veniva ogni giorno a osservare l'afflusso dei fedeli alla
grotta, ne allontanava suore, religiosi e sacerdoti e toglieva zelantemente
ogni volta i fiori che vi erano lasciati, affinché non si creassero illusioni
riguardo al famoso profumo «misterioso» che molti asserivano di sentire e non
si attribuisse a fenomeno soprannaturale quello che avrebbe potuto essere la
normale emanazione profumata di un fiore. Eppure alcuni testimoni di provata
oggettività lo sentirono più di una volta. Dicevano che «il profumo era
delizioso, piuttosto difficile a definirsi: tra il garofano e la vaniglia».
Altre volte è stato avvertito un odore di rose, o anche una forte fragranza
di gigli. Il 20 di agosto, festa di san Bernardo, devoto insigne della
Vergine e riformatore dei Trappisti, nonché abate della Trappa delle Tre
Fontane nel 1100, l'ondata di profumo fu particolarmente intensa e il 12
settembre, festa del santo Nome di Maria, parecchie centinaia di persone
poterono aspirare, a più riprese e per lungo tempo, l'insolito profumo.
Frattanto i giornali avevano dato più volte notizia di guarigioni miracolose,
avvenute con riferimento alla grotta o a qualcosa di essa, come terra o
schegge di roccia. Tali notizie avevano impressionato molto la popolazione,
che sempre più numerosa accorreva alle Tre Fontane, al punto che l'Azienda
Tranviaria di Roma fu costretta ad aumentare il numero delle corse in
direzione del luogo delle apparizioni. Bruno continuava il suo lavoro di
tranviere, collaborava in parrocchia e ora a tutti proclamava la grande
misericordia di Dio e la tenerezza materna di Maria. Quella «Chiesa» che egli
aveva tanto combattuta ora era per lui rifugio sicuro di salvezza ed egli si
era messo tutto a sua disposizione. Aveva subito messo in pratica le parole
della Bella Signora: «Entra nell'ovile santo, corte celeste in terra». Ora
anche lui faceva parte di quella corte celeste, anche se l'appartenervi gli
costava moltissimo. Non si cambia tutta una vita in un solo momento, quasi
per magia. E nella conversione, anche se essa è principalmente opera di Dio,
non può mancare la libera e sofferta adesione dell'uomo. Adesione illuminata
e confortata sempre dal confessore, come riconoscerà Bruno stesso: «La
Vergine non mi mandò dal dirigente del mio partito, né dal capo della setta
protestante, ma dal ministro di Dio, perché egli è il primo anello della
catena che lega la terra al Cielo». Non sarà certamente la visione
celestiale a rendergli facile il cammino. Anzi, a volte, proprio questa può
acuire ancora di più la lotta e scavare sempre di più il contrasto tra
«l'uomo vecchio» e «l'uomo nuovo» che sta nascendo. Viene consolato da un
sogno rivelatore. In una delle sue notti insonni, quando riesce finalmente ad
assopirsi, Bruno si trova su un sentiero aspro, ripido, che si restringe
sempre di più, man mano che si avvicina alla vetta illuminata da una luce
misteriosa. Ogni passo gli costa uno sforzo immane. Il sole batte in modo
implacabile. Madido di sudore, teme di non farcela. "Questa strada", pensa
nel sonno, "è veramente impossibile". Durante questa ascesa si fanno udire
voci suadenti e compassionevoli che lo invitano a fermarsi, a rinunciare, a
tornare indietro e a prendere un'altra strada vicina, più agevole e spaziosa.
Le parole di Gesù riguardo alle due strade in quel sogno si fanno viva
realtà. Ma con determinazione e costanza Bruno, sempre nel sogno, continua
nel cammino intrapreso fino a giungere alla vetta e allora viene pervaso da
una grande gioia. E qui il sogno svanisce. Il suo rapporto poi con la
Madonna, verso la quale prima nutriva fastidio e acredine, dopo averla vista
a faccia a faccia era cambiato immediatamente e totalmente. Lo prova il
blocco per gli appunti che aveva in mano quel pomeriggio vicino alla grotta:
la prima pagina contiene citazioni prese dalla Scrittura, interpretate in
senso contrario ai privilegi della Madonna, da Bruno indicata col semplice
nome di Maria. Questa pagina è bruscamente interrotta. Quella immediatamente
seguente, anch'essa scritta a matita, è riempita di brevi frasi o parole
isolate scritte subito dopo la visione, e il semplice nome di Maria della
prima pagina è sostituito da «la Vergine», «la Madonna», «la Madre di Dio»,
proprio i termini che prima non voleva sentire. Il contrasto stridente tra le
due pagine è impressionante, segno evidente di un cambiamento di
atteggiamento verso la «Madre di Dio», espressione questa che poco tempo
prima lo avrebbe mandato in bestia solo all'udirla. Da aprile al 6 di giugno,
secondo le confidenze di Bruno a un giornalista, la Madonna gli era apparsa
altre volte, ma non gli aveva parlato: gli aveva soltanto sorriso. Il solito
sorriso di Maria quando vuole esprimere la propria gioia e la propria
soddisfazione per il figlio che si sta comportando bene, un figlio di cui lei
ora va fiera... E gli sorride per infondergli coraggio e sicurezza di fronte
alle immancabili difficoltà, incomprensioni e scoraggiamenti. Con quel
sorriso impresso nel ricordo e nel cuore si può continuare ad andare avanti.
E proprio in quella data, Bruno si domanda: "Chi sa se la Madonna vorrà lì
una cappella o una chiesa? Aspettiamo. Lei ci penserà. A me ha detto: Sii
prudente con tutti!". Effettivamente le cose di Dio, specialmente quelle
di questo tipo, vanno gestite sempre non solo con molta saggezza ma anche con
molta prudenza, con tutti, uomini di Chiesa compresi. E la Madonna lo sa
benissimo. Per questo mette in guardia il veggente, sempre in pericolo di
lasciarsi trasportare dall'entusiasmo e rovinare tutto. Ma il cammino di
conversione è fatto anche di ricordi del passato che diventano purificatori.
E questi ricordi si affacciano al veggente non solo nella sua memoria ma
anche, e forse soprattutto, nelle persone a cui ha fatto del male. E sono
questi i ricordi più vivi e dal dolore più cocente che la Madonna non gli
risparmia. Perché la purificazione è necessaria e diventa più intensa quanto
più si è messi davanti alle sofferenze vive procurate al nostro prossimo, che
di esse sta portando ancora le conseguenze. Perché il male fatto non si
elimina nelle sue conseguenze con il solo pentimento...: le conseguenze
rimangono. Non si può compiere il male con leggerezza, perché, messi in moto
certi meccanismi, questi non sempre si fermano con la nostra conversione... E
la Madonna vuole che i suoi figli si rendano conto di questa terribile
realtà. Lo prova questo fatto della vita di Bruno, di cui si è venuti a
conoscenza. Un giorno, dopo la sua conversione, viene invitato da una
signorina del gruppo «Pro Sanctitate» a visitare un sacerdote infermo. Egli
accetta immediatamente, anche perché l'odio che prima nutriva verso i
sacerdoti ora gli si è mutato in venerazione e amore. Entrato nella stanza,
si trova davanti proprio una delle sue vittime. Infatti un giorno, durante il
servizio, avendo scorto un religioso che stava scendendo dal tram, preso da
un impeto di odio, gli aveva chiuso con forza la porta, facendolo cadere
malamente. In quella caduta il sacerdote si era fratturato un femore e aveva
dovuto essere portato d'urgenza all'ospedale. Ora se lo ritrova davanti,
ridotto in quello stato a causa del suo gesto. «Reverendo», gli dice,
«ricorda ciò che le avvenne quel giorno scendendo dal tram? Sono stato io
a chiuderle violentemente la porta in faccia prima del tempo, con lo scopo di
farla cadere e procurarle qualche malanno... Allora ero nemico dei preti, ora
invece non più... Le chiedo vivamente perdono». E gli fa da inserviente
nella messa che l'infermo celebra nella propria stanzetta.
9. L’INCONTRO CON IL PAPA
Ma c'è un altro incontro e un altro ricordo, più
bello questa volta. Ed è quello con padre Bonaventura Mariani, quello che era
dovuto andare a quel famoso dibattito con gli «Avventisti del settimo
giorno», organizzato dalla signora Mancini, come abbiamo raccontato
all'inizio. Due mesi circa dopo l'apparizione a Bruno, padre Bonaventura,
mentre sta passando nelle vicinanze del carcere Mamertino, viene
improvvisamente fermato da uno che gli dice con risolutezza: «Lei, Padre,
mi deve riconoscere!». Il religioso, sorpreso, non riesce a collegare.
Allora Bruno gli rinfresca la memoria: «Sì, Padre, io sono quel tranviere
che ebbe quel dibattito con lei nell'appartamento della signora Mancini in
via Merulana. Ricorda, Padre? Ho visto la Madonna, quanto sono felice!
Ricorda? Quelle donne mi dissero: "La Madonna ti salverà! Il rosario ti
salverà!". Ebbene, io voglio ritornare nell'appartamento della signora
Mancini e voglio confessare pubblicamente che veramente la Madonna mi ha
salvato». E così stabilirono un appuntamento. Ecco come descrive quell'incontro
padre Bonaventura: «Il giorno fissato andammo nell'appartamento della
signora Mancini, dove si erano adunate le donne e altre persone. Il
Cornacchiola con fermezza mostrò a tutti il rosario dicendo: "Confesso
davanti a tutti che la Madonna mi ha salvato! Mi sono convertito. Non sono
più protestante. Sono cattolico come voi. Rinnego tutto quello che ho detto
contro la Chiesa e vi chiedo perdono del male che vi posso avere fatto".
«I presenti, tutti ansiosi, chiedevano notizie sull'apparizione e
Cornacchiola, con tanto amore, calore e zelo, rispondeva. Così si chiuse
quella vicenda che era nata da quel dibattito. Da quel momento io e il
Cornacchiola siamo diventati amici e i nostri incontri sono stati molto
frequenti... Non ho mai avuto dubbi sulla realtà e verità dell'apparizione e
sulla conversione di Bruno Cornacchiola e l'ho difeso contro tutti. Prego la
Vergine della Rivelazione che mi renda meno indegno della sua amicizia e che
lei non mi abbandoni nel momento del supremo passaggio all'eternità. Vergine
della Rivelazione, siimi sempre madre affettuosa». Questa testimonianza
di padre Bonaventura porta la data: Roma, 10.5.1983. Ma raccontiamo anche un
gustoso episodio di cui è protagonista una cagnetta. Abbiamo notato infatti
che in quasi tutte le apparizioni della Madonna, in un modo o in un altro,
entrano in scena anche gli animali. Ecco una breve carrellata di ricordi. A
Guadalupe, gli uccelli precedono l'arrivo della Vergine con gorgheggi
meravigliosi che incantano l'indio Juan Diego. A Fatima ci sono le pecore che
accompagnano i piccoli veggenti e che traggono vantaggio dalle loro
mortificazioni. Quella dei cani poi è la categoria di animali più
rappresentata. A La Salette c'è il bastardino Lulù che pur essendo cattivo e
ringhiosetto, durante l'apparizione se ne sta buono. A Lourdes c'è il
cagnolino di quel buon uomo Callet, la guardia campestre, che con quella sua
mania di abbaiare in continuazione avvisava i pellegrini che erano entrati
furtivamente nello steccato eretto davanti alla grotta, e così quelli
uscivano prima che giungesse il padrone, evitando il verbale e la multa, cosa
che mandava in bestia il commissario Jacomet, che non poteva soffrire neppure
la vista di quel cagnolino. Beauraing le suore minacciano i cinque piccoli
veggenti di lasciare liberi i due cani nel giardino se fossero tornati sul
luogo delle apparizioni. In realtà quei due cani non incutevano mai paura ai
bambini e dalle fotografie pervenuteci appaiono con un'espressione bonaria e
amichevole. Sono fotografie di suore con i veggenti e, come si sa, i cani non
disdegnano mai di far parte dei gruppi di famiglia, anzi sono i primi ad
allinearsi in prima fila con i bambini. Neppure a Ghiaie di Bonate poteva
mancare il cane. Durante un'apparizione uno di questi passa delicatamente
vicino ad Adelaide e a Itala, incuriosito dal loro atteggiamento immobile.
Qui alle Tre Fontane, una sera Bruno trova la «sua» grotta occupata da una
coppia in atteggiamento indecoroso. Rattristato, si ritira in disparte, ma
ecco venirgli incontro una cagnetta di pelo rossiccio che gli fa grande
festa, lambendogli le mani. Poi, ringhiando in modo aggressivo, si lancia
contro i due nella grotta, costringendoli ad andarsene. Da quel giorno Lilla,
così la chiamarono, fu custode fedele di quel luogo sacro, conosciuta ed
accarezzata da migliaia di visitatori che apprezzavano il suo «servizio».
Anche nei mesi di caldo torrido, come luglio e agosto, la bestiola rimaneva
accucciata, incurante della cera che talvolta le gocciolava addosso dalle
molte candele accese. Di notte poi, faceva da guida ai visitatori,
accompagnandoli fino alla grotta. Cambiò sede solo quando si rese conto che
il suo ufficio di guardiana era diventato ormai superfluo. Accettò
l'ospitalità di un estimatore delle apparizioni e anch'essa mise su famiglia.
In casa Cornacchiola ora si respirava tutta un'altra aria. Mamma Jolanda era
contenta, anche se, nella sua ingenuità, si era creata da sola un'altra
preoccupazione. Venuta a conoscenza che due dei tre piccoli veggenti di
Fatima erano morti poco tempo dopo le apparizioni della Madonna, temeva che
la stessa sorte potesse ripetersi ai suoi bambini. Al che Bruno rispondeva: «Ma
se così vuole la Vergine, così sia, almeno sappiamo dove andranno beati!».
Ma la Vergine della Rivelazione concedeva anche consolazioni al suo portavoce
che a caro prezzo portava avanti il suo compito di testimonianza. Infatti il
21 ottobre, sempre nella chiesa di Ognissanti, un altro suo compagno
avventista, che si era mostrato ferocissimo contro Bruno e lo aveva
sostituito dopo che questi era tornato alla Chiesa cattolica, ora, anch'egli
genuflesso davanti all'altare della Madonna, abiurava pubblicamente.
Assisteva alla commovente cerimonia come padrino lo stesso Bruno, che un
tempo gli era stato maestro di errore, e facevano corona altri protestanti
convertiti. La domenica 23 novembre, nella chiesa dell'abbazia delle Tre
Fontane, anche la signora Elena Cornacchiola, vedova Quilici, sorella di
Bruno, faceva la sua pubblica abiura dal protestantesimo. Da queste
conversioni abbiamo l'impressione che la Madonna consoli Bruno anzitutto col
riparare al male spirituale che egli aveva fatto e che gli sarebbe pesato
troppo sulla coscienza. C'era ancora però da portare a termine una consegna
che la Madonna gli aveva affidato per il Santo Padre. L'occasione si presenta
quando don Sfoggia lo conduce da padre Lombardi e da padre Rotondi, che
avevano facile accesso al papa. Dopo aver ascoltato il racconto della visione
alle Tre Fontane, i due gesuiti ottengono dal papa un incontro privato
assieme a Bruno, che consegna al Pontefice personalmente il messaggio avuto
per lui dalla Madonna. E così tutti i segni promessi si erano avverati. Ma in
casa Cornacchiola c'era sempre un oggetto, anzi due, che costituivano come
una zona d'ombra in tanta luce: quel pugnale comprato a Toledo per uccidere
il papa e la Bibbia nella versione protestante. Il momento propizio venne
circa due anni dopo, precisamente il 9 dicembre 1949. In piazza S. Pietro si
svolgeva una imponente dimostrazione religiosa a cui prendevano parte quasi
trecentomila persone. Si faceva la chiusura della «Crociata della Bontà».
Nelle tre sere precedenti Pio XII aveva invitato i tranvieri romani,
accompagnati da padre Rotondi, loro cappellano, a recitare con lui il rosario
nella sua cappella privata. La recita è trasmessa in diretta da Radio
Vaticana. Tra la rappresentanza dei tranvieri ammessi nella cappella c'è
anche Bruno Cornacchiola, che al microfono legge la preghiera all'Immacolata.
Ecco come lui stesso descrive l'accaduto: «Tra i lavoratori c’ero anch'io,
portavo con me il pugnale e la Bibbia sulla quale stava scritto: "Questa
sarà la morte della Chiesa cattolica, col papa in testa". Volevo
consegnare al Santo Padre il pugnale e la Bibbia. Finito il rosario, il papa
disse: "Qualcuno di voi mi vuole parlare?". Io mi inginocchiai e dissi:
"Santità, sono io!". Gli altri lavoratori fecero largo per il passaggio del
papa; egli si chinò verso di me, mi pose la mano sulla spalla, avvicinò il
suo volto al mio e chiese: "Cosa c'è, figlio mio?". "Santità, qui c'è la
Bibbia protestante che interpretavo erroneamente e con la quale ho ucciso
molte anime". Piangendo, consegnai anche il pugnale sul quale stava scritto:
"Morte al papa", e sussurrai: "Chiedo perdono di avere osato solo pensare a
tanto. Avevo progettato di ucciderla con questo pugnale!" «Il Santo Padre
prese quegli oggetti, mi guardò, sorrise e osservò: "Caro figlio, con ciò
non avresti fatto altro che dare un nuovo martire alla Chiesa, ma a Cristo
una vittoria dell'amore". "Sì", esclamai, "ma chiedo ancora perdono".
"Figlio", soggiunse il Santo Padre, "il migliore perdono è il pentimento".
"Santità, mi benedica!"». E Pio XII lo benedice. Nel 1956, il vicariato
di Roma, dopo avere acconsentito alla costruzione di una cappella sul luogo
dell'apparizione per il culto della Vergine della Rivelazione, ne affida la
custodia ai padri francescani minori conventuali, perché provvedano al
servizio religioso. Il culto alla Vergine della Rivelazione si diffuse
rapidamente in tutto il mondo. Sempre nel 1956, L'Osservatore Romano, in un
articolo dove venivano elencati i più celebri santuari mariani, mete di
pellegrinaggio, definiti «cattedrali della preghiera, feudi e capitali di
Maria», vi aggiungeva anche la «piccola grotta delle Tre Fontane».
10. PERCHÉ ALLE TRE
FONTANE?
In ogni apparizione della Vergine, fra le tante
domande che il popolo cristiano si pone, fa sempre capolino anche quella del
perché di quel luogo dove l'avvenimento accade: «Perché proprio qui e non
altrove? Ha questo posto qualcosa di speciale o c'è qualche motivo per cui la
Madonna lo ha scelto?». Certamente ella non fa mai nulla per caso, non lascia
niente all'improvvisazione o al capriccio. Tutto e ogni aspetto dell'evento
ha una sua precisa e profonda motivazione. Spessissimo queste motivazioni ci
sfuggono a prima vista, ma poi, se si scava nel passato, nella storia,
qualcuna di queste viene a galla e ci appare sorprendente. Anche il Cielo ha
la sua memoria e, magari dopo secoli, questa memoria rinverdisce e assume
nuove colorazioni. È interessante rimarcare come la storia dell'umanità e dei
luoghi dove avvengono particolari fatti entri a far parte anche della
strategia del Cielo. Da quando il Figlio di Dio è entrato nel tempo, anche il
tempo fa parte dello svolgersi del piano di Dio, quel piano che noi chiamiamo
«storia della salvezza». Maria santissima, anche dopo la sua Assunzione al
Cielo, è così vicina e coinvolta nella vita dei suoi figli da fare propria la
storia di ciascuno. La madre fa sempre propria la «storia» dei figli. Ci
domandiamo allora: c’è qualcosa di particolare in quel luogo delle Tre
Fontane che abbia attirato le simpatie della Regina del Cielo, per cui abbia
stabilito di apparirvi? E poi, perché quella località è denominata «Le Tre
Fontane»? Secondo un'antica tradizione che rimanda ai primi secoli del
cristianesimo, confermata da documenti storici di grande valore, il martirio
dell'apostolo Paolo, avvenuto nel 67 dopo Cristo per ordine dell'imperatore
Nerone, sarebbe stato consumato nel luogo allora denominato Aquae Salvìae,
precisamente dove oggi sorge l'abbazia delle Tre Fontane. La decapitazione
dell'Apostolo, sempre secondo la tradizione, avvenne sotto un pino, presso un
cippo marmoreo, che ora si può vedere in un angolo della chiesa stessa. Si
dice che la testa dell'Apostolo, mozzata con un deciso colpo di spada, abbia
rimbalzato per terra tre volte e che a ogni balzo sarebbe scaturita una
sorgente di acqua. Il luogo fu subito venerato dai cristiani, e su di esso
venne edificato un tempio che racchiudeva tre tempietti marmorei elevati
sulle tre sorgenti prodigiose. Si dice anche che nella zona venne trucidata
una intera legione romana capitanata dal generale Zenone, legione che prima
del martirio fu condannata dall'imperatore Diocleziano a costruire le
grandiose terme che portano il suo nome e dai resti delle quali Michelangelo
trasse poi la splendida chiesa di S. Maria degli Angeli alle Terme,
risultando così, sia pure indirettamente, uno dei primi templi innalzati a
Maria santissima ad opera dei cristiani. Inoltre in questa abbazia visse per
qualche tempo san Bernardo di Chiaravalle, esimio innamorato e cantore di
Maria. E per tanti secoli quel luogo risuonò e risuona tuttora delle lodi e
delle invocazioni innalzate a Maria. E lei non dimentica. Ma l'aspetto più
specifico che probabilmente portò la Madonna a scegliere quella località
dovette essere il particolare riferimento a san Paolo, non solo per la sua
conversione ma anche per il suo amore alla Chiesa e alla sua opera di
evangelizzazione. Infatti ciò che accadde all'Apostolo sulla via per Damasco
ha parecchi punti di contatto con ciò che si verificò in questa apparizione
della Vergine a Bruno Cornacchiola. Saulo, chiamato poi Paolo, si convertì
alle parole di Colui che, dopo averlo gettato da cavallo e accecato con la
sua luce abbagliante, gli aveva detto: «Io sono colui che tu perseguiti!».
Alle Tre Fontane la Madonna dirà al veggente, rivestendolo della sua luce
affettuosa: «Tu mi perseguiti, ora basta!». E lo invita a entrare
nella vera Chiesa che la celeste Regina definisce «ovile santo, corte celeste
in terra». E in quel libro che lei tiene tra le sue mani e vicino al suo
cuore, che è il libro della Rivelazione, c'è una grande parte uscita dal
cuore e dalla bocca dell'«apostolo delle genti», inviato ad annunciare la
verità al mondo pagano, e che i protestanti, indebitamente, considerano loro
patrono. E quanto ebbe a soffrire Paolo per le divisioni che si erano venute
a creare in quelle comunità cristiane che egli aveva fondato lo si può capire
dalle sue lettere: «Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e col
cuore angosciato, fra molte lacrime, però non per rattristarvi, ma per farvi
conoscere l'affetto immenso che ho per voi» (2Cor 2,4). Ci sembra di non
sbagliare allora se interpretiamo quello stringere al cuore quelle parole
dell'Apostolo come se la Madonna intendesse farle sue e ripeterle a ciascuno
di noi. Perché ogni sua visita su questa terra in modo visibile costituisce
un richiamo alla vera fede e all'unità. E con il suo pianto non vuole tanto
rattristarci quanto farci conoscere l'affetto immenso che nutre per tutti
noi. L'unità fra i cristiani è uno dei motivi della sua sollecitudine, e per
essa invita a pregare. In pratica, ciò che alle Tre Fontane la Madonna
riproporrà è lo stesso messaggio che san Paolo visse e annunciò nella sua
vita di apostolo e che possiamo riassumere in tre punti:
1. conversione dei peccatori, specialmente dalla
loro immoralità (il luogo dove Maria appare ne era teatro);
2. conversione degli increduli dal loro ateismo e
dal loro atteggiamento di indifferenza di fronte a Dio e alle realtà
soprannaturali; l'unità dei cristiani, cioè il vero ecumenismo, affinché si
adempia la preghiera e l'anelito di suo Figlio: si faccia un solo ovile sotto la
guida di un solo pastore. Il fatto poi che il luogo si trovi a Roma è di per se
stesso un richiamo a Pietro, alla roccia su cui è fondata la Chiesa, alla
garanzia di verità e di sicurezza della Rivelazione stessa. La Madonna dimostra
un particolare affetto e cura per il papa. Con questo vuole far capire che è lui
il pastore dell'«ovile santo» e che non c’è vera Chiesa, nel senso pieno del
termine, se si prescinde dall'unione con lui. Bruno era protestante, e la
Madonna vuole illuminarlo subito su questo punto, al di fuori del quale si
continua a vagare e a cercare a tentoni, come ciechi. E dato che parliamo di
Roma e del papa, notiamo ancora che questa apparizione alle Tre Fontane è molto
«discreta», forse più discreta di altre. Probabilmente perché Roma è la sede del
papa, Maria nella sua delicatezza non vuole farlo passare in secondo ordine o
interferire nella sua missione di vicario di Cristo, suo Figlio. La discrezione
è sempre stata una sua caratteristica specifica, in ogni circostanza, sia nella
sua esistenza terrena sia ora in quella celeste.

|